Studenti e ricercatori

La didattica universitaria sempre più cenerentola e sbilanciata sui prof

di Mar.B.

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La didattica all’università è incentrata più sull’insegnamento e sul docente che sull’apprendimento e i bisogni dello studente. Non solo. La vita accademica sembra gravitare sempre di più intorno alla ricerca e ai suoi risultati - che non a caso sono cruciali per ottenere fondi in più -, dimenticandosi appunto della didattica che invece dovrebbe essere il primo pilastro di ogni ateneo. Queste alcune delle riflessioni che emergono da una ricerca promossa dall’Associazione italiana editori e dalla Fondazione Giovanni Agnelli e presentata ieri in un convegno organizzato dalla commissione Cultura della Camera su iniziativa della deputata Pd ,Manuela Ghizzoni.

Secondo la ricerca condotta dal professor Matteo Turri dell’Università di Milano che ha affrontato il tema con interviste in profondità a docenti universitari di sei diverse discipline (chimica, medicina, ingegneria, management, giurisprudenza e filosofia) la didattica oggi risulta incentrata, in media, più sull’insegnamento e sul docente piuttosto che sull’apprendimento e sullo studente. I 90 docenti universitari ascoltati nel corso della raccolta dei dati della ricerca, confermano come, negli ultimi anni, ci sia stato, nel nostro sistema, uno sbilanciamento verso la ricerca, i cui risultati incidono sull’avvio e sulla progressione di carriera degli accademici, a discapito della didattica che, invece, un tempo era il parametro principale per la scelta di un docente.Meno di 4 docenti su dieci dichiarano infatti di aver preso parte a occasioni formali di confronto sulla progettazione didattica con i colleghi del corso di laurea. Eppure c’è grande sensibilità tra i docenti verso il tema, anche se, in generale, in Italia, in assenza di centri di eccellenza per teaching and learning development come in altri Paesi, i metodi di insegnamento risultano abbastanza conservativi, molto in linea con la tradizione di insegnamento della singola materia e della esperienza del singolo docente. Il modello prevalente resta insomma quello della lezione frontale dalla cattedra. Tra l’altro gli studenti che entrano oggi all'università sono già “nativi digitali”, con modalità di apprendimento rivoluzionate rispetto al passato. «Il loro è un sapere più reperito che trasmesso – ha chiarito Manuela Ghizzoni – più basato sulle immagini che sulle parole, un sapere per certi versi “indisciplinato” e non disciplinare. È anche per l'attenzione che dobbiamo ai loro diritti che, credo, sia necessario cominciare a riflettere seriamente su come innovare anche nella didattica e nella valutazione, aspetti che pesano sulla loro vita di universitari che devono apprendere e uscire poi dagli atenei preparati ad affrontare il mondo del lavoro». «Non è nostra intenzione – ha concluso la deputata Pd - incidere sulla libertà di insegnamento dei docenti o sul carico o numero di ore dell’insegnamento. Quello di cui vogliamo cominciare a discutere è, invece, la qualità della didattica e i livelli di apprendimento, tema di confronto e discussione quasi quotidiana nella Scuola, ma pressoché assente nel luogo per eccellenza della formazione superiore».


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