Pubblica e privata

Ricerca, verso un bonus rafforzato

di Carmine Fotina

Nuova manovra, nuovo giro per il “bonus ricerca”. A distanza di un anno, dopo il tentativo non andato a buon fine con la legge di Stabilità 2016, il ministero dello Sviluppo economico punta ancora una volta a rilanciare il credito d’imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo con un intervento nella prossima legge da presentare al Parlamento entro il 20 ottobre.

Lo schema è sostanzialmente lo stesso di quello che era stato già proposto, anche se potenzialmente più generoso nei confronti degli investitori tanto che la stima per la possibile copertura finanziaria è salita intorno ai 500 milioni.

Nelle intenzioni del ministero il rafforzamento del bonus ricerca, misura varata due anni fa ma finora non capace di far compiere un vero salto di qualità agli investimenti, dovrebbe essere parte integrante del pacchetto “Industria 4.0” da presentare a settembre, accanto alla nuova versione dei superammortamenti per spingere la digitalizzazione del sistema produttivo.

Nell’attuale formulazione, il credito d’imposta non sembra aver conquistato i cuori degli imprenditori perché poco generoso e rigidamente legato gli incrementi di spesa. Il credito è fissato di base al 25% delle spese sostenute in eccedenza rispetto alla media del triennio 2012-2014, ma raddoppia al 50% nel caso di spese per partnership con università, enti di ricerca e startup (oltre che per costi relativi a personale altamente qualificato). L’intervento allo studio al momento prevede due opzioni alternative: la prima porterebbe per tutte le tipologie di investimenti il credito al 50 per cento; la seconda introdurrebbe un premio almeno parziale da calcolare non più sull’incremento ma sullo stock dell’investito. In quest’ultimo caso, il beneficio si applicherebbe sull’intero ammontare della spesa ma solo se negli anni di riferimento l’azienda ha effettivamente aumentato gli investimenti dedicati alla ricerca.

Contemporaneamente, e probabilmente in aggiunta a una delle due opzioni, si interverrebbe sul beneficio annuo innalzando l’importo massimo per ciascun beneficiario da 5 a 10 milioni.

L’operazione, che vedrebbe anche l’estensione del beneficio di un anno, dal 2019 al 2020, come detto comporterebbe una copertura di circa 500 milioni. Non poco, considerando che nel pacchetto sviluppo andrebbero coperti quantomeno i nuovi superammortamenti, inclusa la versione al 200 per cento per gli investimenti in beni digitali, e il rifinanziamento del Fondo di garanzia Pmi. Solo l’esito del dialogo con la Ue su una maggiore flessibilità a valere sul deficit potrà chiarire fin dove potrà effettivamente spingersi il governo per il pacchetto industria.

Minori dubbi in termini di copertura ci sarebbero invece su altre due interventi sempre relativi alla ricerca. Nel primo caso basterebbe una norma interpretativa per estendere il credito d’imposta per investimenti attualmente in vigore anche «alla ricerca commissionata da un impresa non residente a un’impresa residente». Significherebbe in altre parole includere anche gli investimenti effettuati dalle multinazionali tramite le loro società italiane, cancellando una restrizione che sta penalizzando operazioni per importanti investitori con presenze significative in Italia, spesso in settori ad alta tecnologia. Nei mesi scorsi numerose richieste di chiarimento in questo senso erano state inoltrate all’Agenzia delle entrate, che a sua volta ha richiesto l’intervento del governo per una norma correttiva.

Buone chance di entrare nel nuovo pacchetto di sviluppo anche per la proroga del bonus “rientro cervelli”. Nel 2011, sulla base del Dl 78/2010, è stato introdotto uno sconto fiscale (esclusione dal reddito del 90% degli emolumenti) che si applica al periodo d’imposta in cui il ricercatore o il docente (italiano o straniero) assume la residenza fiscale in Italia e nei tre anni successivi. Allo studio ora, in vista della manovra, la possibilità di rendere questa misura permanente.


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