Studenti e ricercatori

Gli sforzi degli atenei verso la «contaminazione» e il rischio di essere sfavoriti nei fondi

di Giuseppe Novelli*

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Ho letto con grande interesse l'articolo di Dario Braga «Il cielo della ricerca pura e la creatività delle imprese» , in cui si parla dei prerequisiti (il finanziamento, lo scambio e la comunicazione, la comprensione dell'inatteso) per quella creatività da cui può nascere la ricerca di base che è a sua volta il presupposto essenziale per la ricerca applicata e, dunque, per il trasferimento tecnologico.

Per il collega Braga l'innovazione è il risultato – spesso sorprendente e sperabilmente non miope – di una reazione a catena di eventi e di elementi che riguardano in sostanza la creatività della ricerca scientifica.
E, relativamente al trasferimento tecnologico, aggiunge che l’Università deve essere capace di garantire competenze disciplinari e collegamenti laterali, pena la perdita per i giovani di quell'attimo fuggente da cui ha origine l’innovazione. Da convinto assertore della forza delle “tre i” (innovazione, interdisciplinarietà, intersettorialità), in qualità di vice Presidente della Conferenza dei Rettori Italiani, posso affermare che le “tre i” sono da tempo un vero e proprio impegno per gli Atenei italiani che stanno indirizzando tutti i corsi di laurea verso una evidente “contaminazione” tra idee, discipline e ambiti, ben lontano dalla logica dell’arcipelago di cui parla Dario Braga.

Se quindi il vantaggio delle “tre i” è un dato di fatto, sono io a proporre un (vero) dilemma. Mi trovo infatti a rilevare che, pur riconoscendone i benefici, avviene un fatto singolare: in fase di valutazione, più la ricerca scientifica è interdisciplinare, innovativa e intersettoriale, più essa è destinata a non avere successo nei finanziamenti! Forse proprio a causa della “troppa” definizione delle aree disciplinari, nessun valutatore corre il rischio di “andare oltre”, con il risultato che la ricerca caratterizzata da una o tutte le “tre i” non viene considerata come “meritevole”. Che risieda qui il vero problema che impedisce di cogliere l'attimo fuggente e il suo potenziale? Quesrto aspetto è stato denunciato di recente anche dalla prestigiosa rivista «Nature» che riporta uno studio australiano a documentare come la ricerca interdisciplinare è sfavorita nei finanziamenti. Come si fa quindi a stimolare l'innovazione che è fatta creatività, intuito, e intersettorialità nelle nostre Università se i revisori non premiano l'innovazione?

Giova a mio avviso imparare da un grande scienziato, Sydney Brenner, che ha brillantemente spiegato l'operazione “di distruzione dell'innovazione scientifica” svolta dall’Accademia in una intervista con Elisabeth Dzeng «How Academia and Publishing are Destroying Scientific Innovation: A Conversation with Sydney Brenner»:
«[…] In order to do science you have to have it supported. The supporters now, the bureaucrats of science, do not wish to take any risks. So in order to get it supported, they want to know from the start that it will work […]There's no exploration any more except in a very few places […]». Per Sidney Brenner il modello per cambiare il futuro è quello che ha sperimentato a Singapore (incentivare studenti fortemente motivati a studiare all’estero per poi tornare a Singapore e fare ricerca per l’innovazione): questa è la risposta per dar fiducia ai giovani e far sì che essi possano mettere a frutto la loro creatività. Anche questa è una contaminazione vincente. Gli Atenei, i Dipartimenti dovrebbero superare la logica dei settori disciplinari, delle appartenenze “al gruppo” e promuovere invece la ricerca libera, intersettoriale, interdisciplinare e internazionale.
Siamo dunque (finalmente) giunti a considerare diversamente il “rischio” nella ricerca? Se sì, auspico che non si tratti di un attimo fuggente, bensì di strutturale apprezzamento per la miscela creativa che genera ricerca, valore e innovazione.

* Rettore dell’università Tor Vergata di Roma e vice presidente della Crui


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