Studenti e ricercatori

Ricerca senza frontiere, ma anche senza complicazioni burocratiche

di Marco Abate*

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La ricerca scientifica non conosce frontiere. Nell’ambiente scientifico, dialogare tramite internet con colleghi di qualsiasi paese del mondo è esperienza quotidiana; la nazionalità non conta, importano solo capacità, conoscenza ed esperienza. Sei interessato a un problema, e una ricerca in rete rivela che c’è un collega in Russia o in Brasile che si occupa di questioni analoghe? Nessun problema, gli scrivi un messaggio di posta elettronica e inizi una nuova collaborazione.


Ma non tutto si può fare a distanza. Discutere di persona permette di sviscerare meglio tutti gli aspetti del problema. La strumentazione necessaria per gli esperimenti esiste in un laboratorio qui e non in un laboratorio là. Per finanziare una ricerca, i governi (comprensibilmente) desiderano che i risultati siano associati al loro paese, per cui le ricerche si devono per la maggior parte svolgere nel paese che le finanzia. Quindi gli scienziati devono viaggiare, e trascorrere periodi al di fuori del loro paese di origine.
Viaggi brevi, di uno-due settimane, non sono difficili da organizzare. Ma spesso per ottenere un risultato due settimane non bastano, servono mesi, un anno o anche di più; e per studiare e formarsi spesso servono diversi anni. Visite lunghe sono quindi indispensabili, e sono un importante momento di crescita e di realizzazione professionale per il visitatore.
D’altra parte ospitare per un lungo periodo un ricercatore o studioso straniero è anche un notevole guadagno per il paese ospitante. Permette di accedere a conoscenze e competenze che altrimenti sarebbero rimaste aliene. Aiuta a costruire relazioni scientifiche e commerciali essenziali per emergere in un mondo globalizzato. E porta nel paese menti brillanti che possono decidere di rimanere, lasciando il paese d’origine a favore del paese ospitante.
Studenti e ricercatori italiani conoscono bene questo fenomeno: vanno all’estero in visita e poi ci restano, con grande vantaggio di chi li accoglie. È la fuga dei cervelli. Ora, se invece di “fuga” fosse uno “scambio”, cioè se in Italia arrivassero e si fermassero altrettanti cervelli stranieri, non sarebbe nulla di negativo, sarebbe un normale distribuirsi delle competenze ove servono, con guadagno reciproco.


Il problema è che la situazione non è equilibrata: molti studiosi italiani lasciano il nostro paese, ma pochissimi studiosi stranieri si trasferiscono in Italia. E, come segnalato già due anni fa dal Consiglio universitario nazionale e ricordato di recente su questo giornale da Dario Braga, una delle cause principali di questo disequilibrio è l’incredibile viluppo burocratico che rende estremamente complicato e a volte impossibile ottenere un visto e relativo permesso di soggiorno a studiosi extra europei e ai loro famigliari che vogliano trasferirsi a lavorare e studiare in Italia. Non è l’unico impedimento, ce ne sono altri (e no, la lingua non è uno di questi); ma questo è fra i più deleteri, e al contempo fra i più facili da risolvere, se si vuole.
Che l’impedimento ci sia è indiscutibile; basta andare sul sito Euraxess (ec.europa.eu/euraxess), in cui sono descritte le procedure necessarie per il rilascio di un visto di ricerca nei vari paesi europei, e confrontare quanto previsto in Italia (soprattutto per ottenere il permesso di soggiorno) con quanto previsto in altri paesi europei quali la Francia o la Spagna.
E che sia possibile affrontarlo e risolverlo l’ha dimostrato lo stesso governo Renzi quando, due anni fa, nell’ambito dell’azione “Destinazione Italia”, ha semplificato le procedure per l’ottenimento di visti per venire a fondare in Italia una start-up. Tra l’altro, molte start-up nascono grazie a ricerche svolte in ambito universitario, per cui sarebbe naturale far venire prima in Italia questi studiosi a svolgere le ricerche necessarie per la creazione della start-up, invece di sperare che vogliano lasciare il paese in cui hanno svolto queste ricerche per andare a creare una start-up altrove.
Le procedure per il rilascio di un visto di ricerca dovrebbero rispondere a pochi e semplici criteri:
a) essere riservate a studiosi invitati a svolgere in Italia un incarico accademico e/o un’attività di ricerca e/o un corso di dottorato o di alta formazione presso universita e istituti di ricerca italiani, e ai loro famigliari;
b) basare la concessione del visto d’ingresso principalmente sulla richiesta dell’Università o dell’Istituto di Ricerca presso cui lo studioso si troverà a operare;
c) sostituire la richiesta di permesso di soggiorno, successiva all’ottenimento del visto, con una semplice «dichiarazione di presenza» presso le questure;
d) prevedere procedure semplificate e tempi certi per l’esame della domanda e per la conclusione del procedimento;
e) prevedere una gestione delle procedure in modalità telematica, tramite la costituzione di un apposito sito dal quale sia possibile reperire tutte le informazioni utili a presentare la domanda e a ottenere la concessione del visto.
Se vogliamo essere ai vertici della ricerca mondiale, se vogliamo una vera internazionalizzazione che ci permetta di richiamare i migliori cervelli dall’estero invece di limitarci a cedere i nostri, se vogliamo far crescere a tutto tondo il nostro paese, questo è un intervento indispensabile – e, per una volta, è un intervento facilmente attuabile con costi minimi; basta volerlo.


*Università di Pisa
Consiglio universitario nazionale


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