Pianeta atenei

Atenei-Pa, un rapporto da ripensare

di Alessandro Schiesaro

Il presidente del Consiglio ha dichiarato più volte che l’università «deve uscire dal perimetro della Pa». Un’affermazione di principio cui non sono seguite per ora proposte articolate ma già messa in pratica, di fatto, con la decisione di affidare il progetto Human Technopole all’Iit per le vie brevi, anzi brevissime, senza coinvolgere le università se non nel ruolo di comparse. In nessun sistema universitario avanzato un progetto di tali dimensioni sarebbe stato messo in mano ad un soggetto unico senza valutazione, senza comparazione e senza un approfondito studio di fattibilità. Per contro Renzi avrà probabilmente temuto che il Technopole diventasse la Salerno-Reggio Calabria della ricerca italiana: una replica, per esempio, del caso Genova, dove università, aziende ed enti locali dibattono da dieci anni se e come utilizzare 140 milioni già stanziati per trasferire Ingegneria. O avrà immaginato l’assunzione dei ricercatori impantanarsi tra Tar e Consiglio di Stato. Se non si interviene in modo organico sul sistema, però, si rischia la polarizzazione tra due estremi destinati ad allontanarsi sempre di più, una strada già percorsa con esiti deludenti tra 2001 e 2006: da un lato un piccolo nucleo di enti come Iit e alcune università ad ordinamento speciale lasciati liberi di muoversi in autonomia più o meno completa; dall'altro la massa degli atenei, irretiti da norme e cavilli quasi sempre escogitati da altri ministeri e per altri settori della pubblica amministrazione. È proprio il rapporto tra università e Pa che va quindi ripensato da cima a fondo, ma per tutti, non solo per qualche fortunato offshore. Non è in gioco la natura pubblica dell’università, che tale resterebbe se non altro perché finanziata in misura preponderante dallo Stato. Sono in gioco, piuttosto, le forme e i limiti del controllo pubblico sugli atenei, che oggi si esercita in modo imprevedibile, iperformalistico e lontano mille miglia dalle esigenze della comunità scientifica.

Un esempio. L’abilitazione scientifica nazionale è stata introdotta nel 2011 e bandita nel 2012; nel 2013 sono usciti i primi risultati ed è stata avviata la seconda sessione, che, come prescrive la legge, deve (doveva …) avere cadenza annuale “inderogabile”. Invece la sessione 2013 è stata anche, per ora, l’ultima, perché nel giugno 2014 un emendamento parlamentare ha introdotto alcune modifiche alla norma “madre”, e si è quindi dovuto rimettere mano ai due regolamenti “figli”, che ancora però non sono operativi. Niente da fare: poiché in Italia il reclutamento dei docenti è minuziosamente regolato per legge, oggi basta un modifica alle norme primarie, ancorché modesta e introdotta mentre si discute di tutt'altra materia, per paralizzare di colpo il sistema sine die. Intanto gli studiosi aspettano, o scappano.

Mentre l’abilitazione 2.0 tarda a decollare si dibattono nelle aule dei tribunali i ricorsi dei candidati insoddisfatti del risultato delle prime due sessioni. Alcuni ricorsi hanno preso di mira il fatto che i giudizi della Commissione devono essere deliberati, dice il regolamento, con la maggioranza qualificata di quattro commissari su cinque. Nessun problema fino a fine 2015, cioè due anni dopo l’uscita dei primi risultati. A quel punto alcune sentenze del Tar ritengono ingiustificata questa previsione, sospendono la non abilitazione del ricorrente e rinviano a maggio 2016 il giudizio di merito. A dicembre 2015 il Consiglio di Stato conferma la sospensiva. Neppure un mese dopo lo stesso Consiglio, pronunciandosi su un caso identico, ritiene invece “non irragionevole” la regola dei 4/5 e quindi annulla la sospensiva ordinata dal Tar e rimanda sempre al giudizio di merito di cui sopra. Ma poi a febbraio ci ripensa ed emette un giudizio definitivo che dichiara illegittima la maggioranza dei 4/5 perché prevista dal regolamento e non invece dalla legge “madre”. Nel frattempo, ciliegina sulla torta, il Consiglio aveva abilitato direttamente, per sentenza, un candidato che aveva ricevuto solo due voti favorevoli su cinque…

Un dettaglio rende quasi surreale questo quadro labirintico. Sia il vecchio che il nuovo regolamento erano stati sottoposti, come prescrive la legge, al vaglio preventivo del Consiglio di Stato, il quale due volte ha bollinato il testo senza nulla eccepire quanto alla regola dei 4/5. Ma allora, delle due l'una: o il vaglio del Consiglio di Stato in sede consultiva mette al riparo da future censure dello stesso organo in sede giurisdizionale almeno sugli aspetti tecnici, oppure no, e allora tanto vale emanare i regolamenti risparmiando mesi di attesa.

Domanda: può un sistema universitario moderno funzionare tra lacci, lacciuoli, cavilli e pandette di tal fatta? No, non può. Ogni anno, quando escono i risultati delle competizioni Erc, si scatena la giaculatoria nazionale sul fatto che molti giovani italiani vincitori di questi preziosi grants dell’European Research Council già lavorano da tempo in paesi dove concorsi, finanziamenti, promozioni e quant’altro si risolvono in università, non in tribunale, e in settimane, non in anni. Lacrime di coccodrillo, però, fintanto che non si affronta sul serio il problema di fondo, senza scorciatoie. D’altronde, sia chiaro, se l’Erc avesse sede in Italia incasserebbe una sconfitta al Tar dopo l’altra, perché le sue modalità di selezione sarebbero inesorabilmente dichiarate illegittime.

Più che “uscire dalla Pa” occorre quindi rientrare, ma presto, nel regno del buon senso, a beneficio però di tutti e non solo di pochi. Non è difficile. Si potrebbe cassare subito l’infausta norma che rialloca su base nazionale i fondi per assunzioni e promozioni; proseguire eliminando il controllo preventivo della Corte dei Conti sulle spese degli atenei e una serie di micronorme vessatorie, come, per dirne una, il limite sulle spese per arredi (si possono costruire le aule, basta tenerle spoglie): resterebbero in piedi solo i pochi e semplici vincoli sul pareggio di bilancio e sul controllo complessivo delle spese per il personale che servono a evitare le follie del passato. A quel punto si potrebbe davvero metter mano a una semplificazione più profonda del sistema nella sua interezza, a partire proprio da una riflessione sull’abilitazione e sui meccanismi di governo degli atenei. L’alternativa è un futuro schizofrenico in cui lo Stato regola o troppo o troppo poco, ma mai il giusto.


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