Studenti e ricercatori

Effetto Brexit, Erasmus tra caro tasse e rischi sui ricercatori 

di Marina Castellaneta

L’onda lunga della Brexit rischia di travolgere anche il mondo degli studenti e della ricerca e, quindi, dell’università e della formazione. Due tra i pochi settori ai quali il Regno Unito ha aderito in passato senza i mille distinguo che caratterizzano la partecipazione di Londra nell’Unione europea. Tra gli effetti più eclatanti l'uscita dal programma europeo per l'istruzione, la formazione, la gioventù e lo sport, noto come Erasmus+, attivato con il regolamento n. 1288/2013. Che è un successo per le strutture universitarie britanniche che accolgono dagli altri Paesi Ue 27.401 studenti a fronte di 15.610 giovani inglesi partiti per fare un'esperienza di mobilità all'estero. Sul totale degli studenti in ingresso nel Regno Unito, il 25% degli studenti Erasmus arrivati nelle università britanniche è francese, il 16% proviene dalla Germania, il 15,4% dalla Spagna e l'8,5% dall’Italia. Un flusso a beneficio degli studenti con zero costi di iscrizione, una borsa di studio, l’integrazione di più sistemi universitari e lo svolgimento di esami in più sedi, che poi conflusicono nel titolo dello Stato di origine.

Prima e dopo
Se fino all’avvio della procedura di recesso tutto continuerà a funzionare come al solito, dopo i cambiamenti saranno inevitabili. È possibile, però, che siano di minore portata rispetto ad altri settori. Questo perché già oggi il programma Erasmus+, operativo dal 2014 al 2020, è aperto anche a Stati terzi, sia a quelli che fanno parte dello spazio economico europeo come Norvegia, Islanda e Liechtenstein, sia a Paesi candidati all’adesione come Turchia ed ex Repubblica di Macedonia. Non solo. Con Erasmus Mundus le frontiere si allargano e così gli spazi per gli studenti Ue di andare a studiare in un altro Paese.

I rischi
Certo, però, malgrado le possibili strade di adesione alternativa da parte del Regno Unito, anche in quest’ambito la strada sarà in salita e a pagarne le spese potrebbero essere soprattutto gli studenti, i giovani studiosi, i tirocinanti. È, infatti, ipotizzabile un doppio effetto negativo, nelle sliding doors aperte dalla Brexit: una diminuzione degli studenti di altri Stati membri in entrata nel Regno Unito a tutto svantaggio delle stesse università inglesi e una decrescita in uscita, a discapito delle sedi di altri Stati membri. E degli studenti. Ed è solo il primo granello degli effetti negativi nel mondo dell'istruzione e della formazione. Uno tra i più significativi, però, considerando che l’Erasmus è una delle poche immagini di un’Europa che funziona. Integrata almeno negli studi. Difficile, quindi, dire addio a un meccanismo che porta benefici simultaneamente a studenti e strutture universitarie. A ruota seguirà il pagamento delle tasse con il taglio al regime preferenziale di cui godono i cittadini Ue in un altro Stato membro di destinazione, tenuto ad equiparare i propri studenti a quelli che arrivano dallo spazio dell’Unione europea.

Equiparazione ai cittadini extra Ue
L’uscita dall’Unione, infatti, comporterà un’equiparazione ai cittadini extra Ue anche in termini di costi da sostenere, inclusi quelli indiretti dovuti alle spese sanitarie e simili. E poi un freno al sistema di prestiti dedicati agli studenti nel Paese del programma. Senza dimenticare il danno in termini culturali e scientifici tenendo conto che le diversità culturali sono alla base del successo delle università inglesi. Tra l’altro, l’impatto negativo potrebbe riguardare anche i ricercatori, obbligati a chiedere visti al pari di ogni cittadino extra Ue. Unico vantaggio per gli altri Stati: una quota di bilancio più ampia, ma una perdita secca in termini di qualità dei programmi di scambio.

Il recesso del Regno Unito, avrà però un effetto ad ampio raggio su tutte le questioni legate al mutuo riconoscimento, meccanismo basato sulla fiducia reciproca tra Stati membri.

I contraccolpi
Contraccolpi gravi sulla ricerca e l’innovazione potrebbero arrivare dall’uscita dal sistema dello European Research Council (Erc). Proprio le università inglesi sono le principali beneficiarie di ricercatori impegnati in ricerche di eccellenza e innovative che si avvalgono dei fondi Erc. Nel 2015, il Regno Unito era in vetta alla classifica dei Paesi che hanno ricevuto più fondi conseguenza dei progetti approvati (62), seguito dalla Germania. In questo settore, quindi, il danno è proprio alle strutture inglesi perché il sistema di ripartizione di fondi è basato sulle sedi in Stati membri e non sulla nazionalità dei ricercatori (già oggi possono essere extra Ue). Con un effetto domino sicuro, però, visto che le ricerche coinvolgono team di scienziati. Questo segnerà un passo indietro nelle cosiddette ricerche di frontiera che potrebbe innescare un effetto a catena sul livello delle università britanniche. In via generale poi, sono propri i fondi Ue a dare respiro ai sistemi universitari in crisi, inclusi quelli inglesi che si vedrebbero privati di risorse che, in questo caso, potrebbero andare a vantaggio di altri Stati membri.

Stesso effetto per l’uscita dal Programma quadro europeo per la ricerca e l'innovazione, Horizon 2020.


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