Pianeta atenei

Doppio binario per rilanciare l’università

di Francesca Barbieri

I riflettori ben puntati oltreconfine, ma con l’obiettivo pronto a restringersi sul territorio per siglare alleanze con le imprese. Dopo il calo di matricole, la penuria di risorse, l’eccessivo proliferare di corsi troppo di moda ma con poche chance occupazionali, le università italiane provano a invertire la rotta mettendo in campo per il prossimo anno accademico oltre 4.600 corsi, tra primo livello (poco più di 2.250), secondo livello (circa 2mila) e ciclo unico (313).

Nel ventaglio di proposte, che in valore assoluto non si discostano di molto rispetto al numero complessivo degli anni accademici precedenti, a spiccare è l’ascesa dei double degree, percorsi di studio che permettono di laurearsi in Italia, ma anche in un ateneo straniero. Laurearsi in simultanea a Roma e a Parigi o a Milano e nei migliori college degli States. Il tutto con un unico corso di studi. La possibilità viene offerta da 61 atenei (come dire due su tre), il 35% in più rispetto a cinque anni fa. E i corsi di questo genere sono 541, aumentati di oltre il 60% rispetto al 2011/12. Percorsi quasi sempre strutturati per dare la possibilità ai ragazzi di svolgere uno stage in azienda fuori dall’Italia, in modo da riuscire a entrare in contatto con il mondo del lavoro nel Paese ospitante. Con un meltin pot di specializzazioni: dagli studi letterari in Francia all’ingegneria in Germania, fino alla specializzazione in finanza e statistica nelle grandi università americani. I vantaggi ripagano l’investimento fatto: le esperienze di studio all’estero svolte durante gli studi sono carte vincenti per entrare nel mondo del lavoro. Secondo AlmaLaurea a un anno dal titolo, le possibilità di trovare lavoro sono più alte del 10% rispetto ai coetanei rimasti a studiare in patria , grazie alle carte in più sul fronte del potenziamento della lingue straniere, la varietà di studi, il network di contatti che si crea durante i soggiorni internazionali. Possibilità che sale ulteriormente se viene svolto uno stage curricolare (+14% di chance in più).

L’altro asso nella manica degli atenei italiani - per superare i ritardi del nostro Paese nel collegamento tra formazione e mondo del lavoro - è studiare percorsi di primo livello più professionalizzanti, dove per ora solo per quelli di area sanitaria ci sono buoni risultati sul mercato del lavoro (il 62% ha un lavoro a un anno dal titolo triennale, contro una media generale del 26,9 per cento). Il cantiere è aperto sul «Progetto lauree professionalizzanti» ideato dalla Conferenza dei rettori che dal 2017 dovrebbe vedere il debutto di corsi capaci di rispondere a quell’esigenza di tecnici che richiede il mercato –si parla di due milioni di opportunità occupazionali per profili tecnici nei prossimi 10 anni- e che spesso non si trovano a causa di un sistema formativo non adeguato. Un’iniziativa che potrebbe curare anche un altro grande male di cui soffre il mercato del lavoro italiano, quello della sovraistruizione: la quota di “overeducated” e “mismatched” - i troppo istruiti o con un curriculum non corrispondente al lavoro svolto - negli anni della crisi si è allargata sempre più, con 300mila laureati tra 25 e 34 anni che hanno un titolo di studio più elevato rispetto a quello richiesto per svolgere il lavoro attuale (una quota in crescita di circa il 4% rispetto al 2008).

Una sfida doppia, dunque, che oltre ad aumentare la quota di laureati (ora al 25% nella fascia di età 30-34 anni, contro una media europea del 39% (l’obiettivo di Europa 2020 è il 40%), dovrebbe ambire ad accrescere la “spendibilità” dei titoli universitari verso posti di lavoro in linea con il percorso di studi fatto. Del resto, ci si può forse accontentare di un tasso di occupazione che per i laureati al di sotto dei 30 anni è fermo al 43%, con il Sud drammaticamente al 25%, rispetto a una media dell’area Euro che sfiora il 70 per cento e con la Germania all’83 per cento?


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