Studenti e ricercatori

Fisco «soft» sulle startup innovative

di Alessandro Sacrestano

L’Italia stenta ancora nel sostegno finanziario alle startup innovative. Il dato emerge dalla relazione annuale della Banca d’Italia che, nella relazione annuale presentata il 31 maggio, ha evidenziato come i «finanziamenti destinati a imprese start-up, che operano in prevalenza in settori a elevato contenuto tecnologico, sono esigui nel confronto internazionale». E quindi, rileva Bankitalia, «gli incentivi pubblici diretti a stimolare gli investimenti in capitale di rischio, particolarmente adatto a finanziare l’attività innovativa, sono essenziali per affrontare il nodo del ritardo di crescita del nostro paese».

Eppure, negli scorsi anni il legislatore non è stato per nulla inerte sul tema, delineando un pacchetto di incentivi non trascurabili, sia per chi costituisce una start up che per quelli che la finanziano.

Appare, quindi, del tutto appropriato richiamare alcuni fra i più importanti benefit, ribaditi nel decreto interministeriale del 25 febbraio 2016 e recentemente illustrati dal ministero dello Sviluppo economico nella scheda di sintesi della policy a sostegno delle startup innovative.

Sotto il profilo del sostegno finanziario, il nostro ordinamento contempla il riconoscimento di un incentivo fiscale, valido sia per le persone fisiche che per quelle giuridiche, per quanti investano in start up. In particolare, le persone fisiche che apportano capitali in tali imprese, godono di una deduzione dall’imponibile Irpef pari al 19% dell’investimento eseguito, fino a un massimo investito di 500mila euro.

Più appeal, invece, per le persone giuridiche, cui viene garantita una deduzione dall’imponibile Ires pari al 20% dell’investimento, entro il tetto massimo di apporto di 1,8 milioni di euro. Le deduzioni sono state assicurate anche per il 2016. Va ricordato che il beneficio è fruibile anche nel caso in cui gli investimenti siano effettuati per il tramite di Oicr e altre società che investono prevalentemente in start up. Qualora l’investimento riguardi le start up a vocazione sociale e quelle che sviluppano e commercializzano prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico in ambito energetico, tanto la detrazione Irpef che quella Ires spettano in misura maggiorata e, rispettivamente, in misura pari al 25% e al 27%. Insomma, per intenderci, una società di capitali che investa centomila euro nel capitale di una startup, potrà dedurre dal suo imponibile fiscale un importo annuale di ventimila euro, con un beneficio fiscale pari a 5.500 euro annui, tenendo conto della vigente aliquota Ires; un rendimento tutt’altro che trascurabile.

Ma sembra che anche questo non basti. Appare quindi evidente che, al di la degli incentivi fiscali, si debba puntare sulla semplificazione del rapporto di finanziamento con gli istituti di credito. Allo stato, con le disposizioni del decreto interministeriale del 26 aprile 2013, è previsto un intervento semplificato, gratuito e diretto al Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, allo scopo di facilitare l’accesso al credito attraverso la concessione di garanzie sui prestiti bancari. In pratica, la garanzia copre fino allo 80% del credito erogato dalla banca , fino a un massimo di 2,5 milioni di euro, ed è concessa sulla base di criteri di accesso estremamente semplificati, con un’istruttoria che beneficia di un canale prioritario. Si tratta, anche questo, di un intervento apprezzabile.

Le statistiche del Mise, infatti, segnalano, al 30 aprile scorso, che sono ben 937 le startup destinatarie di finanziamenti bancari facilitati dall’intervento del Fondo di garanzia, per un totale di 362.180.956 euro (di cui l’importo garantito è pari a 282.973.610 euro), con una media di 253.806 euro a prestito, per un totale di 1.427 operazioni. È forse proprio questa la chiave di lettura critica. Le 957 imprese finanziate rappresentano meno di un quinto di quelle che dal 2012 si sono iscritte nel Registro delle imprese. Poche, troppo poche, per sperare in un effetto propulsivo del fenomeno.


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