Studenti e ricercatori

Quel mix «borsa/prestito» per rilanciare il diritto allo studio

di Tommaso Agasisti

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Tra i numerosi punti sollevati dal rapporto Anvur sullo stato del sistema universitario e della ricerca, il tema del diritto allo studio universitario (Dsu) appare di particolare rilevanza. L’immagine dell’attuale configurazione del sistema di Dsu che emerge dalle pagine del Rapporto Anvur è sconfortante: ancora un quarto degli studenti aventi diritto di una borsa di studio non la riceve per mancanza di fondi, con una maggiore concentrazione al Sud.

Il nodo borse di studio
Il problema è sostanziale, perché come abbiamo evidenziato in alcuni studi empirici recenti, le borse di studio sembrano molto efficaci nell’aiutare la carriera scolastica degli studenti più svantaggiati, con un impatto positivi sui risultati (numero di crediti e voti) e sulla riduzione della probabilità di abbandono. In altre parole, offrire un sostegno finanziario agli studenti costituisce una strategia vincente sotto il profilo dell'efficienza, oltre che dell’equità.

Le possibili soluzioni
Che fare, dunque? Senza entrare nel dettaglio dei singoli provvedimenti, un cambiamento radicale del sistema dovrebbe essere imperniato su tre azioni principali:
•L’istituzione di una Agenzia nazionale per il diritto allo studio. Le Regioni hanno dimostrato di non essere in grado di svolgere il ruolo di soggetto gestore degli interventi per il diritto allo studio, e di non riuscire ad assicurare le risorse finanziarie necessarie per il pagamento delle borse di studio a tutti gli aventi diritto. L’Agenzia dovrebbe essere finanziata dal bilancio dello Stato e limitarsi a pochi compiti, in particolare a erogare i contributi finanziari essenziali agli studenti che risultino idonei su tutto il territorio nazionale. Tali contributi dovrebbero essere uniformi per tutto il Paese, di piccola entità, e garantiti a tutti gli aventi diritto, ponendo fine alla vergognosa ingiustizia del “grado di copertura degli idonei” differenziato da Regione a Regione. I criteri per accedere a tali contributi dovrebbero essere basati sul reddito, al primo anno, e a livelli di merito accademico che tengano in considerazione la media dei crediti formativi acquisiti nei diversi corsi di studio (differenziati per disciplina ed ateneo) dal secondo anno in avanti.

•Lo strumento di sostegno finanziario gestito dall’Agenzia non dovrebbe consistere solamente in un contributo a fondo perduto, ma dovrebbe prevedere (per tutti gli studenti beneficiari) anche una componente di prestito, da restituire in funzione dell’effettivo “tiraggio”, a condizioni agevolate (per esempio, con un tasso inferiore a quello di mercato e con piani di ammortamento più leggeri di quello previsti per il normale credito al consumo). L’uso di uno strumento misto borsa/prestito in luogo della borsa di studio a fondo perduto presenta due vantaggi significativi. Primo: il sistema di Dsu diventa più sostenibile finanziariamente nel lungo periodo, in quanto parte delle risorse investite per il sostegno agli studenti rientra nelle casse pubbliche quando i laureati iniziano a restituire le somme prese a prestito. Secondo: gli studenti sono incentivati a concludere gli studi nei termini regolari (per non accumulare livelli eccessivi di debito) e a ottenere risultati elevati (per poter avere più successo nel mondo del lavoro, e crearsi le condizioni per iniziare a restituire il debito contratto).

Il ruolo delle università
•A parte i livelli minimi di prestazione descritti nel punto precedente, che consistono di fatto in aiuti finanziari minimali, la responsabilità degli interventi per gli studenti dovrebbe essere totalmente delegata alle singole università (saltando a piè pari, quindi, l'attuale ruolo delle Regioni), dato che gli studenti hanno negli atenei il loro punto di riferimento naturale. Ciascun ateneo, d'altro canto, ha tutto l'interesse a mettere in campo strumenti di sostegno che siamo in grado di attirare gli studenti migliori e più motivati. Dovrebbe dunque essere concesso alle singole istituzioni di disegnare propri schemi di intervento e di servizio, on top rispetto a quelli gestiti dall’Agenzia nazionale, in modo totalmente svincolato da qualunque regolamentazione. Gli atenei dovrebbero essere liberi di definire criteri di accesso, importi, tipologie (ad esempio servizi resistenziali, di ristorazione, ecc.), durata del sostegno, criteri di esclusione, ecc. Per sostenere finanziariamente tale nuova responsabilità, il gettito dell'attuale tassa regionale per il Dsu dovrebbe essere trattenuto dalle università, le quali ovviamente dovrebbero anche poter decidere l’importo di tale contributo.
Dopo i primi anni novanta, in cui il sistema di diritto allo studio universitario è stato riformato in modo sostanziale, è andata scemando nel corso del tempo l’attenzione. Il settore è oggi animato da singole iniziative interessanti promosse da atenei, e da una ricca realtà di soggetto del terzo settore (Collegi di merito, fondazioni, associazioni) che offrono servizi interessanti ed efficaci per gli studenti universitari, spesso in sinergia e collaborazione con singoli atenei. Sarebbe uno spreco imperdonabile di capitale umano non mettere gli studenti in condizione di approfittare di tale ricchezza: è dunque giunto il tempo di rompere gli indugi, e riformare radicalmente il sistema del Dsu per renderlo più moderno, sostenibile e capace di cogliere la sfida dei tempi.


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