Studenti e ricercatori

Manca una politica per il diritto allo studio

di Alessandro Schiesaro

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Il secondo rapporto biennale curato da Anvur sullo stato dell’università e della ricerca in Italia restituisce un quadro in continuità rispetto al recente passato: sono in lieve ripresa le immatricolazioni post-crisi ma resta alto il tasso di abbandono; la qualità della ricerca e la produttività scientifica sono buone; il corpo docente è in calo; i fondi pubblici si attestano ben al di sotto della media Ocse dell’1,5% del Pil. È difficile prevedere miglioramenti a breve senza una ripresa decisa degli investimenti, che occorre concentrare prima di tutto sugli studenti.

Una serie di dati fotografa infatti sia l’assenza di una seria politica per il diritto allo studio, sia più in generale quella di una prospettiva di sistema fondata sulle esigenze e le aspirazioni degli studenti. Le immatricolazioni, appunto, tornano al segno più, anche se in misura diversa nelle varie parti del Paese; nel frattempo però continuano a perdersi per strada senza colpo ferire generazioni di allievi degli istituti tecnici, e soprattutto di quelli professionali. Oltre un quinto dei primi e quasi il 30% dei secondi abbandona gli atenei e verosimilmente non ci rientra mai più, visto che il tasso di iscritti maturi è bassissimo e non accenna a migliorare. Si tratta di studenti (non sono certo i soli) che per iscriversi e per restare iscritti avrebbero bisogno non solo di incisive azioni di orientamento in entrata, quanto piuttosto di una integrazione strutturale delle competenze necessarie per affrontare gli studi universitari con buone probabilità di successo. Le strategie sono poche e note, ma impongono scelte politiche molto coraggiose e poco remunerative sul fronte mediatico. O si moltiplicano gli Istituti Tecnici Superiori, che dove esistono funzionano bene, o si creano gli strumenti per rafforzare le possibilità di successo negli studi universitari degli studenti meno attrezzati in partenza, o tutt’e due. Se invece ci si accontenta che i laureati continuino ad essere in gran parte i liceali (il loro tasso di abbandono è dell’8%), mentre si lascia languire il settore terziario non universitario, si escluderanno per sempre dagli studi avanzati molti studenti in gamba che hanno fatto scelte diverse a 14 anni per motivi che spesso nulla hanno a che fare con le loro capacità. Lo stesso vale per un’altra categoria in forte crescita, i maturi italiani di origine straniera. Sono passati dal 2% al 9% dei diciannovenni in soli dieci anni, e in pochi proseguono gli studi: impossibile ignorarli. Visto che ormai anche Oxford e Cambridge, per esempio, offrono articolati percorsi di rafforzamento delle competenze nel passaggio tra secondarie e università (il prezioso “foundation year”) sarebbe saggio affrontare la questione in modo proattivo anziché perseverare nell’esiziale darwinismo implicito che caratterizza da sempre il sistema.

Qui si tocca con mano la totale inadeguatezza del sistema di diritto allo studio, la cui riforma è peraltro ferma da anni senza motivo. Una parte consistente dei fondi per le borse deriva tuttora dal contributo che gli studenti stessi pagano sotto forma di tassa regionale, e in alcune regioni, conferma il rapporto, perfino quei fondi sono dirottati verso tutt’altri obiettivi. Quand’anche non lo fossero le poche migliaia di euro assicurati dalle borse non consentono, in assenza di aiuti da parte delle famiglie, né una vera mobilità autonoma né un vero impegno a tempo pieno negli studi; senza contare, poi, che il meccanismo in vigore scarica interamente sugli atenei, con scontate disparità geografiche, l’onere di far fronte al mancato introito delle tasse di chi ha diritto all’esenzione. La Fondazione per il merito doveva offrire sostanziose borse di mobilità basate sul merito oltre che prestiti agevolati, però è stata affossata per motivi politici senza che nulla prendesse il suo posto e sgravasse almeno in parte le famiglie degli oneri connessi alla mobilità. Urge insomma un cambio di paradigma, che assicuri una regia unitaria del sistema a livello nazionale, renda le borse sufficienti a garantire l’impegno a tempo pieno, elimini dai bilanci degli atenei l’alea del minor gettito, riapra senza pregiudizi la questione prestiti (se poi i prestiti restano tabù il rimedio è semplice, basta aumentare numero e consistenza delle borse).

La mobilità, s’intende, è sempre e solo a senso unico, eccezion fatta per i pochi spostamenti in senso inverso determinati dai benemeriti test nazionali di ammissione a Medicina. Dal 2003 al 2013 è raddoppiato il numero di studenti delle isole che si spostano al Centro-Nord per studiare; quelli del Sud sono cresciuti della metà. Questi sono flussi migratori che poco hanno a che fare con la qualità, reale o percepita, dell'offerta universitaria nelle regioni di origine; piuttosto, le famiglie reagiscono in anticipo alla crisi del mercato del lavoro locale investendo da subito su una ricollocazione geografica. L’introduzione del costo standard per studente consente un graduale riequilibrio nel finanziamento pro capite, ma solo se nel frattempo gli atenei del sud non si svuotano mentre quelli del nord si gonfiano a dismisura. Per ora, in assenza se non altro del complemento indispensabile del costo standard, cioè un limite massimo al finanziamento di ciascuna sede, queste patologie sono destinate a diventare ogni anno più acute.


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