Studenti e ricercatori

Lauree professionalizzanti, modello francese e risultati tedeschi

di Mar.B. e G.Tr.

Nelle Fachhochschule tedesche (le università delle scienze applicate) studiano 800mila giovani, negli Istituti tecnici superiori, che sono la via italiana alla formazione professionale post-diploma, ci sono 10mila iscritti. In questi due numeri - che si spiegano con la storia, perché gli Its italiani sono di fatto nella loro fase di lancio - c’è tutto il divario che l’Italia deve recuperare per stare al passo con i concorrenti.

Per (ri)portare il collegamento diretto fra studio e lavoro anche all’università per il momento si lavora “dal basso”, con iniziative territoriali come quella che grazie all’alleanza fra Assolombarda e università milanesi (più Pavia) ha prodotto in due anni 60.744 tirocini curriculari e 271 dottorati di ricerca industriale. Sulla stessa scia si iscrivono le convenzioni con gli ordini professionali, e la laurea triennale per i periti industriali prevista nel decreto scuola all’esame della Camera. Il punto, ora, è di passare dai casi al sistema. Il futuro identikit delle lauree professionalitzzanti italiane, sulla base dei progetti in cantiere, potrebbe essere articolato in un anno di teoria, un anno di laboratorio e un anno on the job. A spingere sull’introduzione delle lauree professionalizzanti sono ormai un po’ tutti: «Questa è la vera sfida del Paese e i tempi sono maturi perché c’è il consenso del mondo universitario e del sistema delle imprese», avverte il presidente della Conferenza dei rettori, Gaetano Manfredi. Proprio la Crui ha lavorato nelle settimane scorse a un documento di proposta sulle lauree professionalizzanti. E al ministero dell’Istruzione è iniziato un primo lavoro tecnico per provare a introdurre questa riforma che completerebbe il percorso 3+2 che ha visto di fatto un mezzo flop per le lauree triennali. Per i rettori i modello da seguire - senza invadere quanto già fanno gli Istituti tecnici superiori (gli Its) – è un po’ quello degli Istituti universitari di tecnologia francesi (incardinati negli atenei ma dotati di forte autonomia) e un po’ le nostre lauree per le professioni sanitarie. Con l’obiettivo ambizioso, appunto, di riuscire a replicare nel medio-lungo periodo i risultati conquistati in Germania dalle Fachhochschule: «In Italia sui percorsi universitari tradizionali, il 3+2 e le magistrali, abbiamo all’incirca il numero di studenti della Germania, quello che ci manca in Italia - ricorda Manfredi - è il numero di iscritti alle università tecniche che rappresentano il 30-40% dei laureati tedeschi».


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