Studenti e ricercatori

Si ferma l’emorragia di iscrizioni, ma i malanni degli atenei sono sempre gli stessi

di Marzio Bartoloni e Gianni Trovati

Il leggero aumento dei nuovi ingressi all’università che si è registrato nell’ultimo anno accademico può essere qualcosa di più di un segnale psicologico, anche perché inverte una tendenza che si andava consolidando negli anni precedenti, ma è decisamente troppo esile per modificare un dato di fondo: in Europa l’Italia è in fondo per quel che riguarda il numero dei laureati, che nella fascia di età fra i 25 e i 34 anni sono il 24,2 per cento. Solo la Turchia (23,8%) fa peggio di noi, ma le dinamiche demografiche e non solo fanno intravedere già un possibile sorpasso in corso, mentre i concorrenti classici del Paese si attestano ad altri livelli: nella media europea i laureati superano il 37% dei giovani fra 25 e 34 anni, arrivano al 41,5% in Spagna, sfiorano il 45% in Francia e toccano il 45,8% nel Regno Unito. Alle origini della distanza che separa l’Italia dal resto d’Europa ci sono tre problemi strutturali: troppi giovani che abbandonano i libri dopo il diploma, troppi studenti che lasciano l’università prima della laurea e pochi over 25 che decidono di iscriversi per migliorare il proprio curriculum.

Numeri e cause sono al centro delle analisi sull’accademia italiana diffuse dall’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario che ieri a Roma ha presentato il proprio rapporto biennale sullo stato di didattica e ricerca. L’agenzia, però, fa di più, e individua un filo rosso che lega i nodi strutturali della nostra università: «Nell’offerta formativa - spiega l’agenzia guidata da Andrea Graziosi - sono pressoché assenti percorsi di studio brevi e professionalizzanti, e senza rafforzare questo tipo di formazione difficilmente l’Italia potrà avvicinarsi alla media europea». In un quadro come questo, allora, il leggero aumento degli immatricolati (+1,6%, trainato soprattutto dal +3,2% registrato al Nord mentre nel Mezzogiorno il quadro è ancora statico) è poco più di una premessa, per quanto positiva. Per avere effetto deve superare un altro difetto strutturale del nostro sistema universitario, che in media riesce a portare alla laurea meno di 6 immatricolati su 10. Da questo punto di vista, l’agenzia registra qualche passo in avanti, e nel momento più “critico” della carriera universitaria, rappresentato dal passaggio dal primo al secondo anno, calcola un tasso di abbandoni sceso al 14% fra chi ha iniziato nel 2012/2013, contro il 17,5% registrato dieci anni prima. Anche in questo caso, si tratta di piccoli passi, che hanno bisogno di una spinta ulteriore per trasformarsi in effetti reali. I modelli non mancano, a partire da quello tedesco, con l’idea che il ritorno di un filone terziario legato più direttamente alle professioni tecniche di livello alto possa incrociare meglio le esigenze di studenti e imprese. Quello dei titoli di studio troppo leggeri nei curricula dei giovani italiani è infatti un problema su entrambi i fronti: per gli studenti si traduce in minori chance occupazionali (nel 2014 il tasso di occupazione dei laureati è più alto di 12,3 punti rispetto a quello dei diplomati mentre nel 2007, prima della crisi, la distanza era del 3,6%), per le imprese rappresenta un ostacolo in più nella ricerca delle professionalità qualificate indispensabili per competere sul fronte dell’innovazione.

A pesare comunque sull’emorragia di studenti è stato anche il taglio ai finanziamenti subìto dagli atenei, circa un miliardo dal 2010 (il 15%). A cui si aggiunge, tra blocco del turn over e risorse col contagocce, anche un dimagrimento del corpo docente calato da 62mila del 2008 a 50mila del 2015. Uno scenario che ha pesato anche sui fondi per le borse di studio, con la quota di idonei che percepisce la borsa che è - avverte l’Anvur - ai livelli di dieci anni fa: circa 120mila studenti. Il diritto allo studio oggi è finanziato in parte dallo Stato tramite il fondo integrativo e dalle regioni con fondi propri e soprattutto attraverso le tasse pagate degli studenti (che sono basse rispetto ai paesi anglosassoni ma elevate rispetto agli altri Paesi europei). Il Fondo integrativo dopo il picco del 2009 in cui valeva 246 milioni da allora è sceso per attestarsi a 160 milioni, anche se l’ultima legge di stabilità ha stanziato 50 milioni in più che faranno risalire a oltre 210 milioni i fondi per le borse dal prossimo anno accademico. Il problema del diritto allo studio non è solo la cronica mancanza di risorse per pagare le borse di studio, ma anche la differenza di accesso tra Regioni: se al Nord e al Centro si garantisce la borsa al 90% degli idonei, al Sud solo uno studente su due che avrebbe diritto a questo aiuto lo riceve realmente. Infine l’Anvur nel suo report dedica uno spazio anche alla ricerca: l’Italia nonostante le poche risorse riesce a difendersi.La produttività dei nostri ricercatori è addirittura superiore a quella dei tedeschi e pari a quella francese. Ma un ecosistema poco attraente, per la carenza dei fondi e per la difficoltà ad accedere a una carriera universitaria, continua a far registrare una “fuga di cervelli” in proporzioni superiori a quelle fisiologiche.

«Dobbiamo lavorare per una maggiore internazionalizzazione dei percorsi di studio e per un collegamento più forte con il mondo del lavoro. Lo faremo», ha assicurato ieri il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini. Che ha ricordato come l’ultima legge di stabilità abbia finalmente «cominciato a invertire la rotta sulle risorse».


© RIPRODUZIONE RISERVATA