Studenti e ricercatori

Ricerca: l’Italia dei “pochi ma buoni” non basta, bisogna difendere la qualità e investire più risorse

di Stefano Paleari * e Laura Parisi **

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Il Governo ha recentemente rilanciato il tema della ricerca presentando il Piano Nazionale. Ma da dove parte l'Italia della ricerca? Quale posizione vuole raggiungere relativamente ad altri Paesi? Esiste un obiettivo chiaro e condiviso, e una strategia per raggiungerlo? E ciò che acquisiamo dai fondi europei è poco, come spesso si sente dire? I dati raccolti dagli organismi internazionali, opportunamente rielaborati, ci dicono molto pur nella loro semplicità e sono chiari almeno per quanto riguarda l'Italia.

La ricerca è un'attività molto particolare, in cui la qualità convive con la quantità. Ci vogliono bravi ricercatori ma ce ne vogliono anche tanti, quantomeno in termini comparativi.
La quantità è bene rappresentata dal numero di ricercatori, sia in termini assoluti sia come percentuale della popolazione occupata. Un Paese grande ha normalmente più ricercatori di un Paese piccolo. Tuttavia, ci sono Paesi di dimensioni limitate che superano Paesi più grandi per il semplice fatto che hanno una percentuale più elevata di occupati dedicati all'attività scientifica. Per la qualità, gli standard internazionali sono semplici, e anche se non vanno accolti in termini acritici, da essi non si può prescindere. Secondo tali standard un buon ricercatore cerca di pubblicare nel miglior modo possibile, ovvero su riviste altamente qualificate che teoricamente raccolgono solo lavori molto innovativi. Per questo motivo tali pubblicazioni si diffondono nella letteratura scientifica e gli autori ritrovano i propri lavori citati a più riprese. Ecco allora che un ricercatore può “produrre” molti articoli innovativi molto citati, e ottenere così un risultato migliore rispetto ad uno o a più ricercatori che pubblicano meno o con minor impatto.

Partendo da queste premesse si possono mettere in fila i vari Paesi tramite un semplice esercizio: contare il numero di ricercatori di ogni Paese e la loro capacità di pubblicare e di essere citati. Così facendo, dai dati scopriamo alcuni risultati molto interessanti.
Sul piano prettamente quantitativo (numero di ricercatori e risorse investite) troviamo in testa i grandi Paesi: Stati Uniti, Cina, Giappone, Regno Unito, Germania, Francia, Russia e Sud Corea. L’Italia è lontana dalla posizione che dovrebbe occupare stante la popolazione e il Pil. Il nostro Paese è infatti agli ultimi posti nel numero di ricercatori per numero di occupati e nella spesa unitaria. Paesi più piccoli, come Israele e quelli scandinavi, occupano le prime posizioni. Questo è il primo gap del nostro Paese: ha pochi ricercatori e investe poco. Sul piano qualitativo le cose cambiano. I ricercatori italiani hanno una produttività molto elevata. Per numero di articoli e considerato l’impatto citazionale ci collochiamo al 4° posto dopo Svizzera, Olanda e Hong Kong. Subito dietro di noi c'è il Regno Unito. Tre grandi Paesi come Russia, Cina e Giappone si collocano agli ultimi posti. Gli altri grandi sono a metà. Se uniamo qualità e quantità, misurando la quantità complessiva di ottimi lavori (H-index di Paese), il combinato disposto del “pochi ma buoni” italiano ci fa risalire al 7° posto dopo gli altri Paesi del G7. In altri termini siamo agli ultimi posti per la sola quantità mentre con la qualità media dei nostri ricercatori torniamo complessivamente a difenderci. Questo spiega perché, ad esempio, intercettiamo una percentuale di fondi Horizon del circa 8% contro una contribuzione superiore al 13%. Ma dobbiamo anche dire che lo facciamo con una percentuale di ricercatori molto inferiore all'8 per cento.

Che fare quindi? Davanti a noi ci sono sostanzialmente due modelli. Quello americano, inglese, tedesco e francese, con tanti ricercatori e di buona qualità media (UK meglio degli altri); e quello più “regionale”, tipico di Paesi più piccoli per popolazione dell'Italia ma che investono di più e meglio. E cioè, fra tutti, il Canada e l’Olanda. E l’Olanda è infatti un Paese che si difende benissimo sui fondi europei, intercettando una quota superiore a quella calcolata con il peso dei suoi abitanti e del PIL. La nostra impressione è che sia molto difficile cercare di raggiungere Regno Unito, Germania e Francia. Servirebbe il triplo degli attuali investimenti e, vista la situazione finanziaria del Paese, questo obiettivo appare velleitario. Al tempo stesso è quasi provocatorio lamentarsi dei risultati dell’Italia che, come visto, sono molto buoni stante le risorse investite. Una strada percorribile è quella di guardare a Canada, Olanda e anche Svizzera, e che consiste nel mettere un po' più di risorse mantenendo comunque alta l'asticella della qualità.Potremmo dire che il “pochi ma buoni” gratifica ma non basta, serve “di più e meglio”. Questa è la linea che dovrebbe intraprendere il governo, e che potremmo operativamente riassumere nei seguenti punti: 1) aprire le porte e le carriere ai giovani ricercatori meritevoli; 2) favorire l'apertura internazionale delle Università; 3) agevolare la circolazione dei talenti tra Paesi e tra Università dello stesso Paese. Oggi ci sono anche le condizioni regolamentari per farlo (lo dice anche il recente Rapporto tecnico della Commissione Ue); costi standard, fondi competitivi, premi agli obiettivi scelti dalle singole Università. Serve solo la volontà politica. Un Paese che dal 2008 ha speso 34 miliardi all’anno in più per la spesa previdenziale e tagliato 1 miliardo all'anno alla ricerca dovrebbe avere una crisi di coscienza e porre rimedio, senza indugio.

* Università di Bergamo

** NYU Stern School of Business e Università di Pavia


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