Studenti e ricercatori

«Internet first»: un consiglio che le università italiane faticano ad applicare

di Lorenza F. Pellegrini

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Internet first, università come brand, internazionalizzazione: il mondo accademico sta cambiando anche sul web. E parla inglese.
I social network sono utilizzati da oltre il 70% degli italiani (Censis 2015), soprattutto dagli under 30, ma le università ancora faticano a trasformarsi in atenei 2.0. Negli Stati Uniti questo avviene da anni, e non a caso sono diventate delle istituzioni anche in rete. La pagina Facebook (principale) di Harvard , università privata che ospita 21.000 studenti, ha oltre 4 milioni e mezzo di “like”; quella (principale) della Sapienza di Roma , che con circa 115.000 iscritti nel 2016 è l’ateneo più grande d’Italia e d’Europa, ne ha poco meno di 70.000. Un divario che merita una riflessione.
Il centro Nexa su Internet & Società del Politecnico di Torino è stato il primo a realizzare una mappatura dettagliata delle cosiddette #SocialUniversity, un censimento (2014) degli account Facebook e Twitter principali di tutti gli atenei italiani. A questa ricerca se ne aggiungono altre, tra cui quelle del Censis , da cui emerge una spinta all’innovazione dei servizi online e una maggiore attenzione all’interazione con gli utenti. Ma il processo di trasformazione è ancora lungo.

L’importanza dell’internazionalizzazione
La capacità di richiamare studenti stranieri e di essere competitivi a livello internazionale, anche sui social, ha un grande peso. Nella classifica di Times Higher Education sulle 200 università migliori sotto il profilo dell’internazionalizzazione, non figurano gli atenei italiani. Un dato in linea con quelli di Education at a Glance 2015. Dal rapporto annuale dell'Ocse risulta che le università italiane attirano pochi studenti stranieri: nel 2013 erano 16.000, mentre in Francia erano 46.000 e in Germania 68.000.
Per reggere meglio il confronto con l'estero, gli atenei stanno cambiando le loro strategie. Anche quelle relative alla comunicazione. Una strada che la Luiss ha intrapreso da tempo, infatti è tra i poli formativi italiani che si difendono meglio sui social network(oltre 35.000 “like”sulla pagina Facebook principale, circa 8.000 iscritti ai corsi). Nei “post” viene raccontata l’università, attraverso i successi dei suoi laureati, le esperienze internazionali degli studenti, i risultati di docenti e ricercatori. A questo si aggiungono le notizie su personalità importanti, di rilievo nazionale e internazionale, in visita didattica o presenti in occasioni ufficiali organizzate dall'ateneo. Paolo Sordi, responsabile dell’ufficio Digital Communication e Nuovi Media della Luiss, è consapevole che «il caro vecchio sito web non basta più», anche se «viene seguito quotidianamente con risorse dedicate alla cura editoriale dei contenuti». E poi ci sono i social. Facebook, Twitter, Instagram e Linkedin «ci servono da punti di distribuzione dei contenuti che produciamo sul sito istituzionale. Poi ce ne sono degli altri pensati ad hoc per ogni singola piattaforma». Su alcune vengono anche proposti in lingua inglese.

Come usare meglio i social media
I social non sono solo uno strumento di comunicazione, ma anche di gestione. Lo sostiene Giovanni Boccia Artieri, ordinario di Sociologia all'Università di Urbino “Carlo Bo”, dove si occupa di media digitali e Internet Studies. Gli atenei dovrebbero diventare «internet first, cioè dovrebbero partire dalla progettazione della comunicazione online, e pensare prima di tutto ai contenuti adatti per quel tipo di formato». L’idea è quella di non considerare semplicemente internet e i social media come dei mezzi in più con cui comunicare, ma farli diventare «il motore interno della comunicazione dell'ateneo».
Le nuove tecnologie sembrano soddisfare i bisogni della cosiddetta Generation Now. Per gli internauti, che vogliono tutto e subito, la tempestività rischia di diventare importante quanto il contenuto. Un effetto collaterale a cui si può porre rimedio adottando alcune regole sui tempi e i luoghi di risposta. «Nella policy di utilizzo dei social media degli atenei deve essere chiaro quali sono i canali di notizie e quelli di conversazione», chiarisce il sociologo. Ad esempio, la “Carlo Bo” usa Twitter per gestire il flusso informativo e Facebook per interagire con gli studenti.
Per rafforzare la propria presenza virtuale, le università dovrebbero «posizionarsi non solo sui social network più conosciuti, ma anche su quelli più professionali, come Linkedin, o addirittura su social specifici, ad esempio quelli dedicati al sapere scientifico, come academia.edu ».

Il brand università e lo studente consumatore
Aumentare la popolarità e diffondere il brand università attraverso la rete. Questo l’obiettivo del social media marketing, che offre diverse opportunità agli atenei, anche in termini di ritorno economico. Il problema, segnala la professoressa Gaia Rubera, docente di marketing alla Bocconi, è la difficoltà di calcolarlo da un punto di vista tecnico. Se un’azienda pubblicizza un determinato prodotto in un post, è difficile stabilire quanto questo incida nella scelta degli utenti di comprare quel bene. In futuro le cose potrebbero cambiare. Proprio in questi mesi, gli esperti di Facebook stanno sviluppando «un algoritmo in grado di quantificare il valore monetario dei post degli utenti». Così sarà più facile identificare i profili più influenti all'interno del network. Ad oggi, quello che è certo è che «fare pubblicità sui social costa meno» e che il ritorno in termini di brand engagement è «enorme».

Socializzare il sapere
«Il digitale è un acceleratore in grado di produrre un valore aggiunto e invisibile, che poi si traduce in qualcosa di concreto, come le iscrizioni ai corsi». Anche secondo Boccia Artieri i risultati migliori si ottengono quando l’università riesce a creare una sorta di «cordone ombelicale» dei canali privilegiati con il pubblico di riferimento. «Sono quelli con cui instauriamo dei rapporti nel tempo, attraverso le cose che scriviamo, le informazioni che diamo». Questo può avvenire anche attraverso l’offerta di corsi di studi gratuiti online, o creando in rete dei campus virtuali. Il primo in Italia è stato Italica, progetto di e-learning dedicato alla lingua e alla cultura italiana, ideato negli anni Novanta e mai sviluppato compiutamente.
Con la rivoluzione tecnologica il mercato è cambiato radicalmente. Oggi, da una parte si cerca di monopolizzare e acquisire online i dati prodotti gratuitamente dall’interazione tra gli utenti per trarne profitto. Dall'altra, c'è chi ritiene che l'informazione sia un bene comune (e che non possa essere monetizzata). Ci si interroga se a prevalere sarà questa scuola di pensiero oppure no. Per il sociologo della “Carlo Bo” la strada è già tracciata, almeno per quanto riguarda il sapere scientifico: «Un sapere condiviso, costruito in modo sempre più collaborativo, orientato verso una dimensione pubblica». Wikipedia ne è un esempio.
In parte questo sta avvenendo anche negli atenei come conseguenza del decreto sulla trasparenza. «Tutta la normativa che passa internamente nell’università deve finire su un repository online (archivio web, ndr) per poter essere ricercabile». E condivisibile.


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