Studenti e ricercatori

Riforma dell’università, incontro a giugno con prof e ricercatori

di Marzio Bartoloni

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«È una riforma molto complicata, dobbiamo coinvolgere gli operatori e far sì che atenei e ricerca escano fuori dal perimetro della Pa. I decreti della riforma Madia interverranno sugli enti di ricerca e la riforma dell’università si farà entro il 2016 ma non sarà calata dall’alto». A tornare a parlare di una riforma dell’università (e della ricerca) è stato mercoledì scorso il premier Matteo Renzi rispondendo a una domanda durante l’ormai consueto appuntamento su Facebook «Matteo risponde». Poche parole che però fanno capire che un intervento ci sarà entro l’anno. Ma su quali capitoli? La reponsabile scuola università e ricerca del Pd Francesca Puglisi ne ricorda alcuni - più autonomia agli atenei, potenziamento del diritto allo studio e revisione del percorso di accesso alla docenza - e annuncia: «Dopo quello di Udine a giugno organizzeremo a Roma un nuovo incontro con la comunità di ricercatori e docenti delle università per parlarne insieme».

La senatrice del Pd ricorda in particolare che il primo intervento per l’università - che lo accomuna alla ricerca e alriordino degli enti previsto come attuazione della riforma Madia - punterà a togliere i vincoli tipici della Pa agli atenei garantendogli «più autonomia e anche più responsabilità». Il secondo intervento «urgente» per il mondo universitario è quello del potenziamento e della rivisitazione dei meccanismi che oggi provano, con molte difficoltà, ad assicurare il diritto allo studio: «Vogliamo garantire le stesse opportunità a Bergamo e a Palermo assicurando una borsa a tutti quelli che risultano idonei», avverte Puglisi. Che segnala come l’altro capitolo della riforma universitaria riguarda l’accesso alla docenza e la revisione delle figure pre-ruolo dei ricercatori che oggi si contraddistinguono per una proliferazione di contratti che hanno favorito «solo la precarietà». Da qui l’idea - già al centro dell’incontro di Udine dello scorso autunno - di creare un percorso unico che preveda dopo un post doc (3 anni) al massimo altri cinque anni (3+2) con una «tenure track» che apra la porta alla docenza. «Di questi e altri aspetti ne parleremo in un incontro che vogliamo organizzare a Roma a giugno, dopo le elezioni amministrative, aperto a tutti i protagonisti del mondo della ricerca e dell’università».


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