Pianeta atenei

Atenei telematici in mezzo al guado

di M. Bar. e Eu.B.

Hanno ormai dieci anni di vita (e in qualche caso anche di più) e hanno retto alla profonda crisi che ha colpito gli atenei tradizionali che negli ultimi anni hanno sofferto una vera e propria emorragia di studenti. Sono le università telematiche - nel nostro Paese ben 11, un primato tutto italiano visto che all’estero se ne contano pochissime - scelte oggi da quasi 60mila iscritti (con 5mila matricole all’anno) che studiano e seguono le lezioni on line (ma gli esami si fanno “dal vivo”). Oggi questi atenei guardano al futuro tra certezze e qualche incognita. Complice l’assenza del regolamento attuativo previsto da un decreto del 2006.

La prima certezza è che quella che nel 2003 sembrava una scommessa - quando fu emenato il decreto “Moratti-Stanca” (dal nome dei ministri dell’Istruzione e dell’Innovazione) che le istituiva - oggi è una realtà ben consolidata. Anche se tra le telematiche ci sono comunque grandi differenze, a partire dal numero di iscritti (le maggiori ne hanno diverse migliaia, le altre poche centinaia). Con un dato che ne accomuna molte: e cioè che questi atenei - che devono rispettare gli stessi requisiti minimi di accreditamento di quelli “tradizionali” con paletti in più per le piattaforme telematiche - attraggono sempre più studenti che alle spalle hanno già una esperienza accademica. Il 70% degli iscritti - secondo i dati raccolti recentemente dall’Anvur , l’Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca - arriva da un percorso di studi di un’università non telematica.

Questo numero, forse più di ogni altro, conferma la circostanza che un corso universitario erogato attraverso l’e-learning rappresenti un’opportunità per chi magari già lavora o ha comunque poco tempo per seguire le tradizionali lezioni frontali oppure per chi in passato ha abbandonato gli studi avviati in una università “tradizionale”. Tra i percorsi di studio più gettonati ci sono le scienze economiche e statistiche e quelle giuridiche che insieme fanno più di un terzo del totale degli iscritti (circa 24mila). A seguire l’area scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche (11mila iscritti), scienze politiche e sociali (7.584), ingegneria industriale e dell’informazione (6mila) e Ingegneria civile e architettura (4.600).

Resta il fatto però che la mappa di questo fronte della formazione terziaria via web sia oggi molto frastagliata, come mostrano per esempio i dati sul corpo docente: c’è chi ha deciso di “investire” di più nell’assunzione di professori di ruolo - è il caso della Università Guglielmo Marconi la prima telematica ad essere partita nel 2004 che oggi punta anche all’estero con i primi sei corsi accreditati negli Usa - rispetto a chi ha optato invece per una maggiore flessibilità, puntando sui contratti a tempo determinato per docenti e ricercatori. Si pensi ad esempio all’UniPegaso che nei giorni scorsi da festeggiato i suoi primi 10 anni di vita e che partecipa di fatto a doppio titolo all’esperienza dell’e-learning visto che insieme a Unioncamere è impegnata nell’operazione Mercatorum, il primo caso di università pubblico-privata italiana, che lunedì ha inaugurato la nuova sede a Roma.

Tornando alle questioni di “sistema” e passando dai trend ai valori assoluti, va sottolineato come il numero tutto sommato basso di nuove matricole nelle telematiche - rispetto alle altre università - abbia di fatto abbassato anche i requisiti strutturali (numero docenti, ricercatori, ecc.) necessari per attivare i corsi. Una disomogeneità sia tra telematiche che con il resto del mondo accademico a cui la pioggia di mini interventi normativi succedutasi negli anni non è stata certo di aiuto. Anche per questo il ministero dell’Istruzione aveva deciso di nominare una commissione di studio del fenomeno che partorisse una proposta di riordino. In realtà di quell’esperienza è rimasto solo un documento di una quindicina di pagine. Dove veniva, tra l’altro, sottolineata l’esigenza di varare l’atteso regolamento (un Dpcm) previsto del decreto 262 del 2006 e mai emanato. Un provvedimento che non è mai arrivato e che è stato sostituito invece da una serie di decreti ministeriali.

In vista di quell’appuntamento torneranno utili le visite che nel frattempo l’Anvur ha compiuto negli atenei telematici. «Credo che vadano trattati in modo diverso dagli alti atenei, perché non è giusto prima di tutto per loro dover rispettare gli stessi requisiti e perché indubbiamente sono un oggetto diverso», avverte Andrea Graziosi, neo presidente dell’Anvur, che tra l’altro si sta occupando proprio in questo periodo delle visite in loco per l’accreditamento periodico. «Io credo che le telematiche rispondano a una necessità formativa ben presente nel nostro Paese ed è dunque un bene che ci siano, ma penso - aggiunge Graziosi - che vadano incentivate le cose più virtuose incanalandole verso obiettivi che possono essere di aiuto al Paese, per questo l’adozione del regolamento potrebbe essere l’occasione giusta per rilanciarle».


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