Pianeta atenei

Andrea Graziosi, neo-presidente Anvur: «La valutazione fa bene all’università»

di Gianni Trovati

«Dai prossimi risultati sulla valutazione della ricerca, che arriveranno in autunno, mi aspetto sorprese positive, anche per molte delle università dopo i risultati, magari deludenti, del primo ciclo si sono date da fare per migliorare. E da qui verrà la prova che la valutazione, e l’agenzia nazionale, non servono ad aumentare le differenze, ma a favorire processi di riconversione su standard trasparenti e internazionali». Andrea Graziosi, romano, classe 1954, storico alla Federico II di Napoli, dalla scorsa settimana è il presidente dell’Anvur, l’agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario nata nel 2011 dopo una lunga gestazione. Dal primo presidente, Stefano Fantoni, ha ereditato un’agenzia con un carnet di attività ricchissimo, che spaziano dalla valutazione di didattica e ricerca all’accreditamento dei corsi di laurea, e anche per questo al centro del dibattito tradizionalmente animato del mondo universitario.

Professor Graziosi, sul piano dei risultati concreti all’Anvur è stata obiettata la creazione di una sorta di circolo vizioso, in cui le università collocate nelle aree più “difficili” hanno risultati peggiori nelle valutazioni, ottengono meno fondi e quindi vedono crescere i loro problemi. Come si rimedia?

Penso che questa critica non tenga conto di un dato di fatto: la prima valutazione della ricerca, che ha esaminato l’attività 2004-2010, ha fotografato l’esistente, frutto di un processo di differenziazione nel complesso positivo ma “spontaneo”, cioè non governato, durato 50 anni, da quando l’università è diventata di massa. La nascita di una valutazione strutturata, invece, indica una serie di standard, basati sulla realtà nazionale ma aperti al mondo, e favorisce quindi processi di convergenza. Sono certo che già in autunno vedremo i primi risultati, all’interno di una dinamica che ovviamente è di lungo periodo.

Tutti gli indicatori, dal numero di immatricolazioni a quello dei laureati fino ai dati sull’occupazione appena diffusi da AlmaLaurea, suggeriscono però che la distanza fra Nord e Sud si allarga.

Attenzione: limitarsi alla distinzione binaria Nord-Sud non regge, perché nell’università ci sono tanti Sud, e tanti Nord, diversi e a volte inattesi, la situazione cambia molto fra le regioni del Mezzogiorno continentale e le Isole, e in generale il mondo accademico italiano è diviso in almeno cinque macro-regioni. Detto questo, il problema delle differenze territoriali esiste dal primo giorno dell’Unità italiana, è dovuto a molti fattori e non è certo l’Anvur a poterlo risolvere. Gli standard nazionali servono proprio a spingere gli atenei verso un livello di qualità condiviso, a ricentralizzare, se si vuole, un’autonomia sacrosanta ma che va regolata.

Ma il rischio è che non tutti ce la facciano.

Penso che abbiamo un nucleo forte di decine di atenei statali, e un gruppo di importanti università non statali, che sono già perfettamente in linea o possono diventarlo rapidamente. Le decisioni sulle strutture che fanno fatica ad adeguarsi spettano invece alla politica: l’Anvur non ha il compito di punire qualcuno, ma di favorire fra tutti la maggiore convergenza possibile, offrendo i dati per innescare processi autonomi di miglioramento e per segnalare i casi problematici.

Anche i parametri di valutazione sono stati criticati e se i dati di base non sono corretti anche i risultati possono diventare fuorvianti.

Nelle aree scientifiche la valutazione è solida e fondata sulle migliori esperienze internazionali. In quelle umanistiche non esistono modelli sperimentati e l’esperienza italiana è oggetto di studio anche all’estero. So anch’io che ci sono dei limiti, che per esempio per le monografie il ministero è obbligato a utilizzare un codice commerciale come l’Isbn, ma stiamo facendo passi avanti importanti. Aggiungo che è normale che nella fase iniziale siano stati fatti anche errori, ma l’Anvur ha sempre lavorato in modo critico, ed è sempre stata pronta a porvi rimedio, insieme agli atenei e alla comunità accademica, oltre che naturalmente al ministero.

Come si spiega, allora, che alla richiesta di invio dei «prodotti di ricerca» per la valutazione in molti dipartimenti è stata annunciata una “rivolta”?

Con tutto il rispetto per questa protesta, va detto che anche il nuovo ciclo della valutazione ha avuto una partecipazione altissima, al 94%, e fra chi non ha inviato nulla ci sono anche i docenti inattivi, che non avevano nulla da inviare. È vero che in quel 94% vi sono anche colleghi che, se la Vqr fosse intesa a valutare i singoli, cosa che non è, avrebbero rifiutato. Ma quale altra Pubblica amministrazione mostra tassi di adesione così alti a criteri di merito? È un fatto enorme e forse l’errore della politica è stato di non premiare negli anni scorsi questa disponibilità, che è stata ignorata.

C’è un problema di fondi pubblici?

È chiaro che la crisi di finanza pubblica ha inciso, ed è compito della politica e non dell’Anvur decidere le priorità. Da cittadino e da professore, però, dico che il fondo ordinario è sottodimensionato e che ovviamente introdurre il finanziamento basato sui risultati senza crescita delle risorse complessive ha creato difficoltà in più.

Fra poco presenterete il secondo Rapporto biennale, e avete appena presentato i primi dati sulla didattica. Qui l’obiezione è stata un eccesso di burocrazia nella raccolta dei dati: è fondata?

È inevitabile, perché quando inizi un’attività nuova in un campo privo di precedenti puoi sbagliare e chiedere anche dati che poi si rivelano non essenziali. Ma anche grazie a questo passaggio ora siamo in grado di invertire alcuni meccanismi, come dimostra la recentissima riforma dell’assicurazione di qualità (Ava). Non chiederemo più per esempio chiedendo ai corsi di studio di scrivere un rapporto annuale, ma di svolgere un’analisi critica sui dati che noi stessi forniremo. Anche qui, comunque, l’obiettivo è offrire standard di confronto e innescare processi di miglioramento, e stiamo procedendo in questa direzione.


© RIPRODUZIONE RISERVATA