Studenti e ricercatori

Da Berkeley torna a Napoli e «accende» l’interesse dell’Ue grazie alla fotonica

di Lorenza F. Pellegrini

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Plasma la luce, crea applicazioni Ict e viene premiato dall’Europa. È Lorenzo Marrucci, fisico della materia e responsabile del progetto “Photonics of Spin–Orbit Optical Phenomena” finanziato dall’Erc con un budget di 1.680.833 euro. Si occupa di fotonica, scienza che studia le possibili applicazioni delle particelle che compongono la luce, i fotoni. Spicca tra i vincitori italiani degli advanced grants anche perché è l'unico a lavorare in una realtà, il meridione, dove tradizionalmente si investe meno in ricerca e sviluppo.

L’oggetto della sua ricerca
Il panorama della tecnologia fotonica è molto articolato: c’è chi si occupa ad esempio dell’innovazione in campo biomedico e chi come Marrucci invece si dedica all’Ict (Information communication technology) per la trasmissione e le comunicazioni ottiche, «la principale applicazione della fotonica, la più diffusa. Queste tecnologie stanno sostituendo quelle elettroniche, basti pensare che oggi le fibre ottiche sono il principale strumento per la comunicazione a distanza».
«Il nostro progetto - spiega il ricercatore - si occupa primariamente di scienza di base, di studiare quei fenomeni che consentono di modificare la struttura della luce». A questo però si aggiungono le potenzialità applicative della ricerca. La sfida è, ad esempio, quella di «creare delle nuove fibre ottiche in grado di trasportare una maggiore quantità di informazioni rispetto a quelle attuali che tra due o tre anni raggiungeranno la saturazione». Poi c’è un altro sviluppo della ricerca, legato all’informazione quantistica: «È una tecnologia emergente in cui si utilizzano le proprietà quantistiche delle particelle elementari per creare altri tipi di applicazioni Ict. Da questi studi deriva ad esempio lo sviluppo della crittografia quantistica, un tipo di comunicazione inviolabile, una trasmissione protetta da possibili intercettazioni».

I limiti del nostro sistema universitario
Lorenzo Marrucci è professore ordinario di fisica della materia alla Federico II, università in cui si è anche laureato. Per un periodo ha fatto ricerca all’Università di Berkeley, California, poi però ha deciso di tornare in Italia. «Sarei potuto restare all’estero, ma ho scelto di non farlo anche per dare il mio contributo al nostro paese». In Italia riesce a portare avanti la ricerca «in maniera dignitosa». Rispetto alla fisica, Napoli si difende bene.
Nel corso della sua carriera, il professore si è anche occupato dell’organizzazione del sistema universitario italiano. Il suo è uno studio comparato che mira ad analizzare come gli atenei vengono gestiti in Italia e all’estero, in particolare nell’Unione Europea e negli Stati Uniti. Si è interessato di questo tema soprattutto prima della riforma Gelmini che, a suo avviso, avrebbe potuto essere più incisiva. «Penso che il sistema universitario italiano sia ancora molto arretrato a livello organizzativo. Sono convinto che una gestione più efficiente attrarrebbe più risorse, pubbliche e private».
Marrucci ritiene che ci siano degli esempi virtuosi da seguire, come quello offerto da Berkeley. «Lì la ricerca viene potenziata e questo attrae giovani e brillanti ricercatori, l’ambiente è più stimolante e c’è un maggiore sostegno da parte dell’università. Ci si può concentrare solo sul proprio lavoro senza disperdere energie, come accade in Italia, per svolgere anche funzioni di tipo amministrativo»”. Ma c’è un altro aspetto che Lorenzo Marrucci, 49 anni, non trascura: «In Italia è difficile arrivare all'apice della carriera a 40 anni, mentre all'estero non è così: i più brillanti vengono premiati, la meritocrazia ha un peso maggiore».
Oltre alle differenze tra Italia e Stati Uniti, ci sono quelle esistenti tra le diverse aree geografiche del nostro Paese. «Al Nord –argomenta Marrucci - la ricerca funziona meglio grazie a una maggiore capacità di gestione e alla quantità di risorse a disposizione, tra cui quelle erogate alle università dalle fondazioni bancarie. Anche al Sud ci sono, ma in misura minima. Non c'è paragone, soprattutto per quanto riguarda la ricerca fondamentale. Per la ricerca applicata, invece, il Meridione è sostenuto anche dalle risorse europee, quelle destinate alle regioni più svantaggiate».


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