Studenti e ricercatori

Studi clinici, l’Italia può fare da hub europeo

di Rosanna Magnano

La filiera delle industrie della salute è sempre più strategica per lo sviluppo dell’economia nazionale. Scommette nell’Italia della ricerca e dell’innovazione. Ma il nostro Paese non sempre è un terreno fertile per gli investimenti. Dalle imprese del farmaco, a quelle del biomedicale fino alle biotech. «Serve un ecosistema più favorevole», hanno spiegato ieri in coro.

Gli investimenti in ricerca dell’industria farmaceutica italiana (seconda in Europa per produzione) sono in corsa, con un aumento del 15% negli ultimi due anni. E i segnali sono positivi anche sui brevetti, che aumentano del 54% nel 2015. I prodotti biotech in sviluppo sono più di 300 e il nostro Paese può vantare vere e proprie eccellenze nelle terapie avanzate e nelle malattie rare, così come nelle biotecnologie, nei vaccini e negli emoderivati. Insomma, «l’Italia partecipa a pieno titolo – spiega Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, agli Stati generali della ricerca sanitaria – alla rivoluzione della farmaceutica mondiale». E il 2016 è un anno importante. «Perché per la prima volta l’Italia con l’Human Technopole – sottolinea Diana Bracco, vicepresidente Confindustria per ricerca e innovazione –si sta dotando di un progetto strategico per essere leader mondiale in settori d’avanguardia come big data e life sciences». L’obiettivo quindi è di crescere velocemente nella ricerca: «L’Italia può essere un hub europeo per gli studi clinici - sottolinea Farmindustria - e sta crescendo la nostra quota sul totale Ue: si svolge in Italia il 24% degli studi clinici sulle malattie rare e il 30% sui farmaci biotech». Per questo, auspica Scaccabarozzi, «imprese e istituzioni devono essere partner per la crescita». Sullo sfondo c’è la nuova governance della spesa farmaceutica, «condizione necessaria per rendere il sistema attrattivo per gli investimenti», un rebus delicatissimo cui sta lavorando il tavolo Governo-Regioni. E il tavolo Mise, dove Farmindustria e l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) stanno studiando ipotesi condivise per velocizzare le procedure autorizzative. Un ruolo molto importante per la crescita del settore è stato giocato dalle politiche pubbliche di incentivo (credito di imposta e patent box), «ma la coerenza delle politiche industriali è fondamentale per la loro efficacia», spiega Scaccabarozzi, che punta il dito sul pay-back (il ripiano della spesa farmaceutica pagato dalle imprese). «Credo sia importante - propone - che quel miliardo e mezzo di euro che paghiamo di pay-back sia disponibile per essere reinvestito magari proprio in ricerca, portando a soluzioni per le malattie invece che finire in mala gestione della sanità».

Una tassa di fatto che rischia di mettere in crisi anche le industrie dei dispositivi medici. «Con il pay-back sui dispositivi medici - dichiara Luigi Boggio, presidente di Assobiomedica - non si farà che togliere alle imprese ulteriori risorse, ovvero quelle equivalenti agli investimenti in ricerca, che valgono lo stesso 6% del fatturato chiesto per lo sforamento dei tetti di spesa». Imprese biomedicali che finora hanno investito in innovazione 1,2 miliardi nel 2014 (+ 21% sul 2010). Ma che vedono un futuro meno roseo: «Abbiamo registrato dei campanelli d’allarme - continua Boggio - con un calo del 51% in quattro anni degli investimenti esteri. Purtroppo il nostro Paese non riconosce ancora l’innovazione come elemento di ottimizzazione e di risparmio per il Ssn. E la spending review in sanità sta spingendo le imprese a disinvestire».

Ma anche sul fronte delle biotecnologie, l’industria chiede di rafforzare i primati nazionali. «Il nostro Paese è terzo in Europa per numero di imprese biotech, e ha una ricerca di qualità riconosciuta nel mondo - spiega Riccardo Palmisano, presidente di Assobiotec - ma non riesce ancora ad attirare investimenti significativi». Le potenzialità ci sono, confermate dall’impact factor delle pubblicazioni dei ricercatori, eppure l’Italia «resta un Paese in cui si pubblica molto, si brevetta poco e si industrializza ancora meno». Tra le cure suggerite da Assobiotec: un centro nazionale di Technology transfer per le scienze della vita e agevolazioni fiscali mirate alle peculiarità del mondo della ricerca.


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