Studenti e ricercatori

«Ricerca sanitaria strategica per la crescita»

di Roberto Turno

Mettere la ricerca sanitaria al centro. Farne una priorità nell’agenda di Governo e una calamita di investimenti e investitori dall’estero e una leva decisiva di sviluppo e crescita. Per avere cure sempre migliori e di qualità. Per far tornare a casa la nostra meglio gioventù, i famosi "cervelli" emigrati all’estero che in Italia non trovano un futuro. Se sognare non è peccato - spendiamo l’1,3% del pil in R&S contro il 2% medio nella Ue e un target europeo fissato al 3% nel 2020 - allora vanno accolte quanto meno come uno scatto d’orgoglio e un buon auspicio le promesse e gli impegni presi ieri dal Governo ai primi «Stati generali della ricerca sanitaria» inaugurati a Roma dalla ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, che ha fortemente voluto la due giorni romana. Non senza il messaggio del capo dello Stato: «Per l’Italia è prioritario investire in ricerca sanitaria. È un modo per non costringere i giovani studiosi a lasciare il Paese», ha indicato la rotta Sergio Mattarella.

Siamo indietro, anche in un settore altrove strategico come la ricerca. Anche se quella sanitaria, secondo i numeri elencati da Lorenzin, rappresenta forse una punta di diamante per l’Italia. Anche se non basta. Come il 5° posto nelle pubblicazioni scientifiche, che però si traducono in modesti numeri di brevetti, quindi di trasferimento industriale. Come la qualità di enti e ricercatori, che però magari si scontrano col medioevo della conoscenza che ancora da poco ci ha riservato la vergogna del metodo stamina, a dispetto di una comunità scientifica di primissimo livello. E non che in questi anni qualcosa non si sia mosso, anzi: come dimostrano gli 820 milioni assegnati negli ultimi tre anni dalla Salute alla ricerca biomedica e in totale 1,8 miliardi nello stesso periodo investiti dal Ssn tra uomini, mezzi e risorse vere e proprie nel biomedicale. Più quanto mettono sul piatto le imprese, a partire da quelle del pharma che sull’Italia da qualche anno stanno scommettendo forte sulla produzione e dunque sull’occupazione. Fondamentali non da capogiro, ma comunque di irilievo, quelli della R&S sanitaria made in Italy. Ma non basta, ha ricordato Lorenzin: «Abbiamo ricercatori ben formati ma non riusciamo ad attrarre investimenti. Formiamo i ricercatori spendendo per ognuno 400mila euro poi li perdiamo. Non tanto perché vanno all’estero, che è frutto della globalizzazione, ma perché non fanno ritorno». Dunque, che fare? «Creare un’infrastruttura per la ricerca, metterla al centro di un sistema. Con investimenti pubblici, che sono indispensabili. Con una strategia di sistema. Perché la ricerca sanitaria ha un valore decisivo». E allora si guarda al prossimo bando della ricerca che sarà presentato domani e nel quale i ricercatori avrebbero una voce in capitolo, poi ai prossimi bandi Aifa. «Ci manca poco - giura Lorenzin - . Perché dopo essere il secondo hub europeo per la produzione di farmaci, possiamo esserlo anche per la ricerca».

Piena la sintonia con la responsabile della ricerca, Stefania Giannini: «La volontà politica è di mettere la ricerca al centro dell’agenda del Governo». Ma la vera mossa sarà il varo al Cipe straordinario entro fine mese, annunciato proprio ieri da Matteo Renzi nella sua e-news, del Piano per la ricerca nazionale da 2,5 miliardi, con ben 600 milioni che andranno proprio alla ricerca sanitaria. In aggiunta alle quote dei Fondi strutturali europei per la «strategia di specializzazione intelligente» e a quelli del Fondo coesione e sviluppo, ha ricordato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, dove la quota per la salute, l’innovazione, le imprese, avrà valore strategico. «Lo sviluppo e la crescita, passano di qui», ha detto De Vincenti, che ha rilanciato la chiusura del tavolo sulla governance farrnaceutica: «L’innovazione va premiata». Tutti al tavolo della ricerca, insomma. Aspettando i risultati. Magari dicendo «basta alle sperimentazioni animali che ci escludono dai bandi Ue», ha proposto Emilia De Biasi, presidente dlela commisisone sanità del Senato. O con una «tobin tax aggiuntiva per la ricerca sanitaria», secondo il presidente dell’analoga commissione della Camera, Mario Marazziti. Intanto c’è molta strada da fare. Abbiamo 118mila ricercatori, la Germania ne ha 360mila, 260mila l’Inghilterra, 265mila la Francia, più di noi (123mila) perfino la Spagna. La corsa sarà lunga.


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