Studenti e ricercatori

I rettori lanciano le lauree professionalizzanti, l’ultimo anno sarà «on the job»

di Marzio Bartoloni

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Un anno di teoria, un anno di laboratorio e un anno on the job. Così sarà cadenzato il triennio delle future lauree professionalizzanti che saranno erogate dalle «Scuole universitarie professionali». Le Sup saranno create dagli stessi atenei, ma nella loro governance entreranno come partner il mondo produttivo, quello dei servizi e la Pa. L’obiettivo è formare figure già pronte per entrare nel mercato del lavoro. Il progetto di revisione del percorso di formazione terziaria delle nostre università parte dalla Conferenza dei rettori che punta a completare dopo oltre quindici anni la riforma universitaria del 3+2 che ha visto di fatto un mezzo flop per le lauree triennali. 

I settori
Il progetto sulle lauree professionalizzanti è ora al centro di un tavolo istituito dal ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca appena partito. L’idea è quella di cominciare con una serie di sperimentazioni - già dall’anno accademico 2017-2018 - senza bisogno di intervenire con riforme normative radicali, ma attraverso decreti ministeriali. I settori più interessati dall’avvio delle lauree professionalizzanti sono quelli delle materie tecnico-scientifiche - da ingegneria, a biologia fino alle biotech e alle nuove professioni legate alla cosiddetta «manifattura 4.0» - dell’agro-alimentare ma anche dei beni culturali e del turismo. Questo nuovo percorso di formazione terziaria risolverebbe - come spiega la bozza di documento dei rettori - anche un altro problema aperto: quello delle libere professioni per le quali la normativa Ue richiede la laurea triennale (La Crui cita come esempio le professioni di perito e di geometra).

Il modello
Per i rettori il modello a cui si devono ispirare queste Scuole universitarie professionali - che non superano ma operano parallelamente agli Istituti tecnici superiori (gli Its) - sono un po’ gli Istituti universitari di tecnologia francesi (incardinati negli atenei ma dotati di forte autonomia) e un po’ le nostre lauree per le professioni sanitarie. Con l’obiettivo ambizioso di riuscire a replicare nel medio lungo periodo i risultati conquistati in Germania dalle Fachhochschulen (le università delle scienze applicate) che sfornano il 30-40% dei laureati. Il modello a cui si sta lavorando prevede che l’accesso ai Diplomi universitari professionali avvenga per numero programmato (all’inizio si partirebbe con non più di 10mila posti a livello nazionale). Almeno il 50% dell’insegnamento sarà focalizzato su aspetti professionalizzanti e per ogni anno dovrà essere assicurata una quota minima di tirocinio. Per questo la programmazione dell’offerta formativa di queste Scuole dovrà tener conto - avvertono i rettori - delle indicazioni delle rappresentanze del sistema economico locale, degli enti pubblici e delle Regioni. Sulla stessa linea anche l’idea di ricorrere in gran parte a docenti esterni al mondo accademico e provenienti dal mondo del lavoro e delle professioni. E se il terzo anno sarà speso prevalentemente “sul campo” l’intenzione è quella di ricorrere ai programmi già attivi che favoriscono l’ingesso nel mercato del lavoro - D’alto apprendistato all’alla garanzia giovani - per garantire agli studenti una retribuzione minima o almeno un rimborso spese.


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