Pianeta atenei

Ca’ Foscari e Salerno le università più «attive» nella ricerca

di Gianni Trovati

L’università «generalista» più attiva nella ricerca è la Ca’ Foscari di Venezia, mentre a fondo classifica si incontrano Lecce, Campobasso e Catania: anche nel Mezzogiorno, però, non mancano gli atenei molto “produttivi”, tra i quali primeggia Salerno, mentre tra i politecnici Bari supera di un soffio quello di Torino.

Il secondo ciclo
A raccontarlo sono i dati definitivi della nuova «Vqr», che dietro uno dei più cacofonici fra gli acronimi che costellano la vita quotidiana delle università nasconde un pilastro della gestione del mondo accademico: la valutazione periodica sulla «qualità della ricerca», in base alla quale l’Agenzia nazionale di valutazione (l’Anvur, tanto per continuare con le sigle) assegna le pagelle ai dipartimenti e il ministero distribuisce larga parte del finanziamento «incentivante», cioè la quota di fondi statali assegnati in base ai risultati nella ricerca, appunto, e nella didattica.
I dati, che riguardano la valutazione della ricerca nel 2011-2014 dopo che quella 2004-2010 ha incoronato in particolare Padova, Trento e il Sant’Anna di Pisa, parlano per ora più della quantità che della qualità, perché si riferiscono al numero di «prodotti di ricerca» (monografie, articoli, brevetti e così via) inviati dagli atenei per la valutazione. Giusto per capire le dimensioni dell’impresa: l’agenzia si aspettava intorno ai 102mila «prodotti» e ne ha ricevuti circa 96mila, cioè il 94%, con un tasso adesione analogo a quello del primo ciclo: ora tocca ai 400 docenti e agli 11mila «revisori» passare al setaccio i prodotti, in vista dei risultati che secondo il calendario ufficiale dovrebbero arrivare a fine ottobre.

Niente rivolta
Il dato non era scontato, perché nell’università si è infiammato nei mesi scorsi un dibattito che aveva alimentato in alcuni atenei previsioni di “rivolta”, sotto forma di mancata adesione alla nuova valutazione. I numeri, cresciuti dopo la riapertura della finestra per gli invii dal 4 al 15 aprile decisa dall’Agenzia per dare una seconda chance anche alle strutture più critiche, dicono che non è accaduto: l’adesione è in linea con quella della volta scorsa, per cui le università che hanno inviato meno «prodotti» sono tendenzialmente quelle che ospitano i dipartimenti in media meno attivi.

I numeri degli atenei
Un indicatore di questo genere, com’è ovvio, premia gli atenei piccoli e specializzati su settori ad alta intensità di ricerca. È il caso, per esempio, delle università milanesi legate a San Raffaele e Humanitas, o degli istituti speciali come il Sant’Anna di Pisa, l’Imt di Lucca o l’Istituto universitario di studi superiori di Pavia. Tutte queste realtà hanno messo a disposizione dei valutatori il 100% dei prodotti attesi, il Politecnico di Bari si è fermato a un soffio (99,6%) superando di pochissimo lo Iulm di Milano (99,4%) e Ca’ Foscari (99,3%). Tra le università più grandi, il risultato più robusto è quello di Milano Bicocca (98,3%), che stacca la Statale (95,4%) e distanzia la Sapienza, in fondo alla graduatoria con un rapporto dell’86,4% fra prodotti ricevuti e attesi. Nella ricerca, naturalmente, la quantità non va necessariamente a braccetto con la qualità, ma ora il passo successivo tocca all’esercito dei valutatori.


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