Studenti e ricercatori

Ora servono più autonomia e più risorse

di Massimo Egidi

Oggi, 21 marzo, le Università italiane - chiamate a raccolta dalla Crui - presentano in 10 punti le loro proposte per una “nuova primavera”. In questa riflessione sul futuro della formazione universitaria vorrei indicare una semplice riforma senza costi, che potrebbe davvero sostenere la nostra capacità competitiva: aumentare la possibilità di autonomia. Una scelta semplice ma in grado di dare elasticità e varietà alle proposte formative; favorire eterogeneità disciplinare e capacità di collegare nell'insegnamento, teoria e pratica; aumentare l’interazione fra i problemi reali della società e quelli analizzati a livello accademico.

Una scelta semplice per favorire davvero quegli elementi considerati uno standard nel contesto internazionale e per rispondere a fenomeni quali la crescente mobilità dei giovani e il mismatch tra percorsi formativi e lavoro.

La crescente mobilità dei giovani è un fenomeno che tutti conosciamo: molti vanno all’estero dopo il primo triennio di studi universitari, altri trovano opportunità interessanti dopo il dottorato; allo stesso tempo un numero rilevante di ingegneri e di manager, così come di biologi o informatici, ha esperienze lavorative in contesto internazionale.

Il fenomeno ha carattere generale, ma si manifesta in modo particolare in tutte le aree professionali interessate dalla rivoluzione dell’informatica e dell’intelligenza artificiale. Un esempio rilevante riguarda lo sviluppo della nuova figura del Data analyst. Il continuo sviluppo dell’informatizzazione produce e rende disponibili enormi quantità di dati, il cui uso è rilevante in molti campi; per migliorare costi di produzione e qualità dell’offerta; analizzare la domanda di mercato; studiare le decisioni di scelta dei cittadini in campo economico e politico; usare i dati della genomica per la salute dei cittadini.

Uno dei campi di applicazione più rilevanti riguarda la cosiddetta “Industria 4.0”: con la produzione di massa di sensori a basso costo, la miniaturizzazione e la creazione di connessioni internet nei processi produttivi, le macchine condividono una mole enorme di dati che possono essere usati per migliorare i prodotti e ridurre i costi. Lo sviluppo di nuovi algoritmi per l’analisi di queste informazioni diviene dunque essenziale per la gestione dei relativi processi.

Le stime sulla dimensione del mercato per la professione del Data analyst nel prossimo decennio variano, ma tutte concordano che si tratterà di una dimensione estremamente ampia: Forbes stima che quest’anno negli Stati Uniti la domanda si è incrementata dell’89 per cento.

Ma quali competenze sono alla base di questa nuova professione? Statistiche? Informatiche? Manageriali? Ingegneristiche? In realtà si tratta di un nuovo inedito mix di tutte queste, più altre ancora di carattere relazionale e comunicativo che pongono il Data analyst in grado di dialogare con tutte le funzioni organizzative.

Questa caratteristica si ritrova in molte nuove professioni, in particolare quelle legate al management. Tutte richiederanno competenze sempre più ricche e differenziate rispetto al passato, mentre molte delle competenze di tipo tradizionale diventeranno rapidamente obsolescenti. Il mismatch del mercato del lavoro rispecchia proprio questo processo, destinato ad accelerare in relazione alla velocità di diffusione delle innovazioni.

Ma accanto a questo, emerge anche un mismatch legato alle tecnologie. La globalizzazione delle catene del valore e della produzione dei beni fa sì che un prodotto industriale può avere componenti provenienti da ampie e differenti aree geopolitiche. La domanda di competenze qualificate già si distribuisce nei diversi Paesi del mondo seguendo lo sviluppo delle tecnologie avanzate che avranno rilevanza per le applicazioni produttive. La specializzazione produttiva dei Paesi nelle loro aree di eccellenza diviene così sempre più rilevante e le politiche di supporto allo sviluppo della ricerca, che sono tradizionalmente dipendenti da singoli Paesi, dovranno essere mirate in modo nuovo.

Due sono le questioni rilevanti per chi, come le università, deve conoscere e anticipare l’evoluzione delle professioni nel prossimo futuro.

Primo: la varietà e la ricchezza delle competenze che verrà richiesta è destinata ad aumentare tanto rapidamente quanto alcune professioni diverranno obsolete; questo richiederà modelli formativi nuovi in grado di sviluppare capacità di problem solving e di integrare in modo inedito competenze tecniche e non tecniche, uscendo dal modello tradizionale di specializzazione verticale.

Secondo: lo sviluppo tecnologico e i modelli di business sono sempre più caratterizzati da una dimensione internazionale e il terreno sul quale le università si trovano a competere nei differenti campi della ricerca è globale. La competizione internazionale rende sempre più difficile attrarre scienziati, esperti e studenti di elevata qualità, in assenza di competenze e di risorse finanziarie adeguate, ma solo questa è la chiave del successo per creare alte competenze professionali spendibili sul mercato globale.


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