Studenti e ricercatori

Matricole in fuga da giurisprudenza

di Gianni Trovati

Nel futuro dei giovani italiani ci sono più laboratori informatici e meno studi da avvocati e commercialisti, più passione per la fisica e le lingue straniere, e meno carriere da medico (effetto del numero chiuso) e architetto. Nel loro presente universitario, poi, c’è più Centro-Nord, e molto meno Mezzogiorno.

L’università italiana che oggi prova a rilanciare in tutti gli atenei la propria «primavera» sta cambiando in profondità, non solo per le politiche degli ultimi governi, che secondo il consuntivo stilato dalla Conferenza dei rettori hanno fatto perdere al sistema 10mila posti da docente e ricercatore (13%, contro il 5% medio della Pa) e hanno depresso finanziamento ordinario e investimenti in ricerca. A modificare l’accademia del nostro Paese sono gli studenti, che nelle decisioni sul proprio futuro sembrano abbandonare alcune mode degli anni Duemila per orientare di più le proprie scelte sulla base delle chance occupazionali e su un livello di servizi sempre più differenziato nel territorio.

Per individuare con buona precisione queste dinamiche basta guardare i numeri delle immatricolazioni, diffusi nei giorni scorsi dal ministero dell’Università: le dimensioni complessive dell’università non cambiano più di tanto, con un totale di nuovi ingressi che segna un -3% fra 2011/2012 e 2015/2016 grazie a un piccolo colpo di reni (+2%) registrato nell’ultimo anno; rispetto ai loro fratelli maggiori, però, gli studenti che hanno cominciato quest’anno la vita accademica disegnano una classifica delle preferenze quasi stravolta in pochi anni.

Tra i big dell’università, a colpire è prima di tutto il crollo di giurisprudenza: alla laurea magistrale a ciclo unico, cioè la più vicina a quella “classica” frequentata da schiere di studenti del vecchio ordinamento, quest’anno sono entrate 17.625 persone, cioè il 35,4% in meno rispetto a quattro anni prima, mentre il numero dei corsi è addirittura salito (di poco). In un Paese dove gli avvocati iscritti alla Cassa forense sono 223mila, formano una categoria di dimensioni imparagonabili con quelle di altri Paesi e vedono il loro reddito medio sceso di molto rispetto agli anni d’oro, il numero fa rumore.

Mentre si discute della riforma di giurisprudenza e di una possibile introduzione ad ampio raggio del numero chiuso che ha già fatto scoppiare polemiche a ripetizione, i nuovi studenti sembrano anticipare nei fatti l’evoluzione delle regole che punta su laureati meno numerosi, ma con qualifiche più spendibili sul mercato del lavoro. Un obiettivo, va detto, già sperimentato a suo tempo con la nascita della laurea triennale in scienze dei servizi giuridici, che avrebbe dovuto formare giuristi d’impresa dal curriculum più snello di quello degli aspiranti avvocati, ma è stata presto schiacciata dalle resistenze dell’accademia e da una fortuna non troppo brillante fra studenti e famiglie: in quattro anni il numero dei corsi si è ridotto di un sesto, ma quello degli immatricolati è sceso del 25,3%, attestandosi ora sotto quota 3mila iscritti.

Flessioni molto più consistenti rispetto alla media del periodo si incontrano anche a economia, con il -6,2% fatto segnare da scienze dell’economia e della gestione aziendale, cioè la classe di laurea più frequentata dell’area, e il -9,4% di scienze economiche.

Frena parecchio architettura, dove pesano però le scelte degli atenei sugli ingressi contingentati, tiene lettere, mentre fra le classi di laurea in netta crescita spiccano quelle più collegate all’Ict: ingegneria dell’informazione ospita quest’anno più di 15mila nuovi studenti, cioè il 27,9% in più rispetto a quelli che avevano debuttato quattro anni fa (il numero dei corsi è invariato), mentre a scienze e tecnologie informatiche i numeri assoluti sono più contenuti (siamo intorno ai 6mila nuovi studenti), ma il balzo è del 36,7 per cento.

Accanto a quella delle competenze, cambia anche la geografia “fisica” degli studenti, per effetto dell’esodo dalle università meridionali che è proseguito anche quest’anno, in controtendenza con il resto del Paese (-2,1% in un anno, contro il +2% della media nazionale). Undici dei 15 atenei che hanno visto scendere in modo più consistente il numero degli immatricolati negli ultimi quattro anni sono meridionali, e il record spetta alla Mediterranea di Reggio Calabria, dove gli immatricolati di quest’anno sono stati 712, il 46% in meno rispetto al 2011/2012. All’altro capo della classifica, dieci dei 15 atenei con le impennate più decise sono al Nord, guidati dal Piemonte Orientale, che segna il risultato più netto (+53,1%, seguita dal +35,4% di Bergamo). Certo, ci sono realtà in controtendenza, come le università meridionali che crescono (per esempio, L’Orientale di Napoli, il Politecnico di Bari, Salerno), e di sedi del Nord che si alleggeriscono (lo Iuav di Venezia o Milano Bicocca), a conferma che il territorio da solo non segna il destino di un ateneo, ma aiuta a determinarlo.


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