Pubblica e privata

Ricerca, ecco il piano da 2,5 miliardi

di Eugenio Bruno

Il piano del governo per rilanciare l’innovazione ha un nome e un cognome: programma nazionale della ricerca. Meglio conosciuto come Pnr 2015-2020. Il documento con le azioni per rilanciare gli investimenti in R&S dell’Italia manca all’appello dal 2014. Ma, a quanto pare, il suo varo è imminente. A confermarlo è stato ieri il premier Matteo Renzi che, durante la sua visita all’Irbm Science park di Pomezia, ha parlato di un piano da 2,5 miliardi atteso nelle prossime settimane; in realtà, il via libera potrebbe arrivare anche prima. Già mercoledì prossimo quando è atteso sul tavolo del Cipe un corposo testo che Il Sole 24 Ore ha avuto modo di visionare.

Più o meno in contemporanea il Pnr dovrebbe fare un passaggio anche in Consiglio dei ministri. A due anni di distanza dall’ultima volta. Era il 30 gennaio 2014 quando il Cdm esaminava in via preliminare il programma nazionale della ricerca (all’epoca 2014-2020) elaborato dall’allora ministra Maria Chiara Carrozza. Nel frattempo a Palazzo Chigi si è insediato Renzi e a viale Trastevere è arrivata Stefania Giannini. Che ha riaperto il file ricerca più o meno subito. Senza riuscire tuttavia a imporlo tra le priorità immediate dell’esecutivo.

Ci hanno pensato le polemiche dei giorni scorsi sugli ultimi bandi dell’European Research Center (Erc), che hanno confermato come gran parte dei cervelli italiani preferiscano stabilirsi all’estero per svolgere la loro attività anziché restare nel nostro Paese, per dare l’accelerazione definitiva a un progetto a cui i tecnici del Miur praticamente non hanno mai smesso di lavorare. E gli effetti dovrebbero vedersi anche nel testo perché per il matching fund sui bandi Erc ci saranno a disposizione 115 milioni.

Più in generale il piano dovrebbe valere - come evidenziato dal premier - 2,5 miliardi subito. A tanto ammontano infatti i fondi contabilizzati da qui al 2017 tra stanziamenti già presenti nel bilancio del Miur (1,9 miliardi) e i 500 milioni della quota nazionale del Fondo sviluppo coesione che sono rimasti in forse fino all’ultimo. Per la verità, il valore complessivo sarà ancora più elevato. E superare, tra risorse nazionali e comunitarie, i 13,5 miliardi. Ma se le prime sono pressoché certe, perché riguardano la dotazione dei vari fondi che finanziano la ricerca (il Foe degli enti, il Ffo delle università e poi First e Fisr) e in genere vengono rinnovate dalle varie stabilità, le seconde sono tutte da intercettare. In ballo tra programmi operativi regionali e Horizon 2020 ci sono 9,4 miliardi da qui al 2020. Per ottenerli tutti l’Italia dovrà assestarsi su un tasso di aggiudicazione dei progetti comunitari del 10 per cento. Un risultato tutt’altro che scontato considerando che l’ultimo aggiornamento risalente al 30 ottobre 2015 (su cui si veda anche Scuola24 del 7 dicembre scorso) ci dava al 7,8%: su quasi 12 miliardi finanziati, quelli coordinati da un team italiano hanno incassato poco meno di 1 miliardo (940 milioni e 484mila euro). Come dire che tra il dare e l’avere fino ad allora abbiamo versato alla ricerca europea 400 milioni in più di quelli incassati.

Per il resto il documento dovrebbe ricalcare le anticipazioni pubblicate nei mesi scorsi su questo giornale. Dall’obiettivo dichiarato di investire sul capitale umano alla scelta di rafforzare la partnership pubblico-privata fino alla decisione di calibrare durata e aree di intervento sulla base di quelle decise in ambito Ue. Eliminando così il rischio, si spera, di dilapidire in mille rivoli il budget a disposizione.


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