Studenti e ricercatori

«Cattedre Erc» per trattenere (e attrarre) ricercatori

di Luigi Guiso

Il Consiglio Europeo per la Ricerca (Erc) è una istituzioni europea che funziona egregiamente. Forse perché, diversamente da altre istituzioni europee che distribuiscono fondi, all’Erc l’allocazione dei soldi ai ricercatori che presentano progetti per esser finanziati si basa esclusivamente sulla valenza scientifica del progetto e del ricercatore, senza considerazione alcuna di nazionalità. Insomma, nessuna contrattazione spartitoria e tantissima valutazione del merito. Per questo ottenere un finanziamento Erc è motivo di vanto. Sconosciuta ai più, questa istituzione ha attratto l’attenzione dei media perché una ricercatrice nostra connazionale con una posizione in una università olandese si è ribellata al ministro Giannini che rivendicava con orgoglio il fatto che ben 30 finanziamenti dell’Erc fossero andati ad Italiani, tanti ad esempio quanti quelli assegnati a ricercatori francesi. Capisco l’orgoglio (ancorché tattico) del ministro. Capisco la reazione della ricercatrice, di fatto ripudiata più volte dalle istituzioni accademiche italiane e invece accolta con benevolenza da quelle olandesi perché capace. Molti ricercatori di nazionalità italiana si aggiudicano i finanziamenti Erc, pochi li spendono in istituzioni italiane nonostante questi finanziamenti sia spendibili in una qualunque istituzione europea. Pochissimi stranieri vincitori di Erc scelgono il nostro Paese. L’opposto in Paesi come Olanda e Inghilterra che attraggono assegnatari di ERC da tutta Europa.

I numeri di questo fenomeno non nuovo, sono riassunti e commentati efficacemente da Francesco Lippi (su noise from America). Nel complesso i finanziamenti Erc assegnati a italiani sono stati 407 ma solo 253 vincitori hanno scelto l’Italia. I francesi ne hanno vinti 498 ma la Francia è stata capace di attrarre 571 ricercatori. Ai ricercatori inglesi ne sono stati assegnati 604 ma l’Inghilterra ne ha attratti ben 969 – 365 in più di quelli vinti dai ricercatori inglesi. Molti di questi sono ovviamente italiani. Il punto è chiaro. Abbiamo abbastanza talento come italiani e ancora abbastanza preparazione per dare i natali a buoni ricercatori. Ma non siamo in grado di garantire loro un adeguato ambiente di lavoro. Per cui se ne vanno. E se se ne vanno gli italiani a maggior ragione non ci vengono i non italiani. Possiamo però cogliere l’opportunità offerta dall’Erc e cercare di recuperare terreno non solo per rimpossessarci come Paese dei talenti italiani ma per attrarne di altre nazionalità, perché l’intelligenza non ha confini. I nostri dobbiamo aprirli per diventare da Paese esportare a Paese di attrazione di cervelli di qualità. Un modo per cercare di farlo è di destinare una certa quantità di fondi per la ricerca per istituire delle posizioni di ricerca/cattedre destinate ai vincitori di Erc. Se un ricercatore vince una Erc e, indipendentemente dalla sua nazionalità, decide di spenderla in una istituzione di ricerca italiana, sia essa una università o un centro di ricerca come ad esempio l’Istituto Italiano di Tecnologia, il ministero attingendo dal fondo, crea una dotazione presso l’istituzione prescelta costituita dal finanziamento Erc (ad esempio 2 milioni di euro) e da un cofinanziamento in misura ad esempio di due volte l’Erc, attingendo dal fondo nazionale. Con quella dotazione – in questo esempio 6 milioni - si crea una posizione permanente che finanzia il ricercatore nel corso della sua vita lavorativa. Queste, chiamiamole “cattedre ERC”, dovrebbero godere anche di una flessibilità nel salario e potenzialmente anche di uno sconto nelle ore di insegnamento per rendere le posizioni ancora più attraenti e consentire ai centri di competere con quelli europei. Con un meccanismo di questo genere si otterrebbero tre risultati: a) si rimpatrierebbero soldi; oggi l’Italia non recupera nemmeno quanto contribuisce all’Erc; b) ancor più importante, si rimpatrierebbero talenti, con la garanzia che sono veramente tali perché la selezione dell’Erc funziona molto bene; c) si contribuirebbe in modo pratico a rafforzare e di fatto riformare le nostre istituzioni di ricerca, arricchendole con il solo capitale che veramente conta in una struttura di ricerca, quello umano . Sfruttando per una volta il buon funzionamento di un istituzione europea potremmo ottenere quello che spesso è difficile fare in Italia: quella selezione per merito che ha provocato la rabbia della ricercatrice. E che è dovere del governo cercare di ripristinare.


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