Studenti e ricercatori

Dottore agronomo: un titolo che non conosce crisi

di Benedetta Pacelli

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C’è un settore in Italia che non conosce crisi. Si chiama agricoltura. Trainato dalle esportazioni (+4,8% nel 2014) anche in tempi di stallo dell’economia, il comparto agricolo e agro-alimentare incide positivamente sulla bilancia commerciale dell’Italia, con ovvio risvolti anche occupazionali. A livello comunitario, si stima che più di 2 milioni di nuovi posti di lavoro potrebbero essere creati grazie ad approcci innovativi alle attività agricole e quindi a figure come quella del dottore agronomo che saranno sempre più richieste. Ma per assecondare le richieste che arrivano dal mercato, la figura dell’agronomo deve fare un salto nel terzo millennio, perché é finito il tempo in cui l’agricoltura era prerogativa solo di chi coltivava la terra. E oggi essere conduttore agricolo significa invece, come ha spiegato Andrea Sisti, presidente del Consiglio nazionale dei dottori agronomi e dei dottori forestali, «innanzitutto uscire dall’idea stereotipata del professionista e riaffermare una sua centralità nei processi ambientali e poi di mutamento, padroneggiare le nuove tecnologie, conoscere le lingue e le strategie commerciali per operare su scala globale».

Alcuni numeri
Non si può dire che la professione abbia un crollo di vocazioni, tutt’altro. Oggi sempre più giovani la scelgono, spinti anche dalla moda del momento. Se un tempo in campagna ci si nasceva e il mestiere si ereditava dai genitori, oggi cresce sempre di più il numero di chi sceglie la vita dei campi, pur provenendo da esperienze e formazioni diverse. Ed è così che secondo l’Associazione giovani imprenditori della Confederazione italiana agricoltori, delle 158 mila aziende under 40 presenti in Italia, il 39% è guidato da new entry del settore, che hanno deciso di scommettere sull'agricoltura partendo dal nulla.
Il trend positivo della campagna è confermato anche dagli istituti superiori con un boom delle iscrizioni negli istituti professionali agricoli e negli istituti tecnici di agraria, agroalimentare e agroindustria. Numeri che testimoniano una rivoluzione culturale confermata anche dai risultati di un sondaggio Coldiretti/Swg secondo il quale il 38% dei giovani oggi preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che lavorare in una multinazionale (28%) o fare l'impiegato in banca (26%).
La crescita di opportunità nel settore agricolo è dovuta al fatto che negli ultimi anni si sono sviluppati all’interno del settore nuovi mestieri con circa il 70% delle imprese giovanili che opera in diverse attività: dall’agriturismo alle fattorie didattiche fino agli agriasilo, dalla vendita diretta dei prodotti tipici e del vino alla trasformazione aziendale dei prodotti. La domanda di profili si registra infatti sia per figure professionali tradizionali che vanno dal trattorista al taglialegna, ma anche per quelle innovative all'interno dell'impresa agricola come l'addetto alla vendita diretta di prodotti tipici, alla macellazione, alla vinificazione o alla produzione di yogurt e formaggi. Ma la professione deve fare un salto nel futuro, anche con il sostegno di una formazione adeguata.

Gli ambiti di sviluppo
«Storicamente - dichiara il presidente del Conaf Andrea Sisti - la professione era collocata prevalentemente in ambito produttivo e gestionale e una buona parte era inserita nelle fila dell'insegnamento nelle scuole. Oggi invece le cose sono profondamente cambiate e l’agronomo spazia in moltissimi altri campi, copre innanzitutto la filiera del prodotto alimentare, dalla vendita alla trasformazione,dal confezionamento alla certificazione fino alla tracciabilità (come nei casi del Dop o dell’Igp). E il futuro della professione? «È collegato allo sviluppo dei quei profili professionali che più di altri contribuiranno all’evoluzione del nostro paese. Ci sarà sempre più bisogno di professionisti specializzati che si occupano per esempio delle valutazioni di impatto ambientale, di piani regolatori, o di quello che, impropriamente viene definito, il verde urbano. Ma per vincere la sfida la formazione deve cambiare passo: abbiamo 287 corsi di laurea di primo livello, 67 di II, si tratta quindi di una formazione così parcellizzata che risulta incapace di preparare il professionista che servirà domani. Da qui è necessario ripartire, con una formazione più professionalizzante per il futuro agronomo e forestale, puntando su innovazione e ricerca e poi sull'uso delle tecnologie informatizzate per migliorare le competitività delle nostre imprese agricole».


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