Pianeta atenei

Scuola, sanità, enti locali e Stato: oggi il tavolo sul taglio ai comparti

di Gianni Trovati

Tanti nodi tecnici ancora da sciogliere, ma la volontà politica di definire i pilastri dell’accordo per evitare di essere chiamati a rispondere del mancato riavvio delle trattative sul rinnovo dei contratti nel pubblico impiego. È con queste premesse che oggi pomeriggio Aran e sindacati torneranno a confrontarsi per definire le modalità con cui ridurre a quattro i comparti pubblici, premessa indispensabile fissata dalla riforma Brunetta per consentire il rinnovo dei contratti.

Di riunioni sul tema finora ce ne sono state molte, ma sono due fattori a far prevedere un’accelerazione: il lungo confronto gestito dall’Aran ha portato a definire la strada dei quattro comparti, dopo una prima ipotesi di riduzione a tre abbandonata in fretta per impraticabilità, e le prese di posizione del ministro Marianna Madia, che nei giorni scorsi aveva motivato proprio con l’obbligo di riduzione preventiva dei comparti il mancato riavvio della macchina contrattuale, hanno accelerato la ripresa del confronto. L’architettura di fondo del nuovo pubblico impiego prevede quattro comparti definiti per “specificità”, cioè la scuola, la sanità, i “poteri locali” e infine quelli centrali. Da decidere è la collocazione di università, ricerca e alta formazione, che dovrebbero finire insieme alla scuola nel «comparto della conoscenza» a meno di non rientrare, secondo un’ipotesi al momento meno probabile, nel comparto nazionale (il problema non riguarda i docenti, che come i magistrati rientrano nel personale di diritto pubblico). Alla sanità potrebbero trasferirsi anche i dirigenti regionali già attivi nel settore.

La geografia è però solo il problema più superficiale, perché le questioni sostanziali si nascondono al suo interno. La prima riguarda direttamente le buste paga dei dipendenti pubblici. Il compartone nazionale riunirà infatti amministrazioni molto diverse fra loro, dai ministeri alle agenzie fiscali fino agli enti pubblici non economici, caratterizzate da livelli retributivi molto distanti e da regole parecchio differenziate nella distribuzione fra stipendio tabellare e accessorio, nelle regole della produttività e così via. Comparto unico, però, nella Pa significa anche contratto nazionale unico, e i 300 milioni finora messi sul piatto per i nuovi contratti non permettono nemmeno di ipotizzare un riallineamento immediato che costerebbe miliardi a meno di non voler tagliare le buste paga delle amministrazioni oggi caratterizzate da retribuzioni più “ricche”. L’alternativa studiata in queste settimane dall’Aran prevede allora di avviare un allineamento graduale, che parte dalle regole base del rapporto di lavoro come la disciplina di ferie e malattie: in questa articolazione flessibile e progressiva, i comparti sarebbero poi a loro volta articolati in sezioni per salvaguardare le tante specificità professionali presenti nelle amministrazioni.

La strada non è semplice, come mostra ad esempio l’allarme lanciato in autunno dal direttore delle Entrate sui rischi legati alla fine del comparto autonomo delle agenzie fiscali. Ancora più in allarme sono i sindacati non confederali, che sono rappresentativi in settori specifici della Pa e nei nuovi comparti perderebbero il posto al tavolo delle trattative e alla divisione di permessi e distacchi. Per evitare una tagliola immediata che rischia di produrre un fiume di ricorsi, si studia l’ipotesi di un breve periodo ponte per consentire alle sigle “minori” di allearsi con quelle più grandi, che superano le soglie minime (5% dei voti e delle deleghe) anche nei comparti più grandi. Più difficile appare la strada alternativa, che congelerebbe l’elenco delle sigle rappresentative fino al 2018, quando sono in programma le nuove elezioni delle Rsu.


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