Studenti e ricercatori

Ingegneria resta ancora un valido passepartout per il lavoro nonostante la crisi

di Bendetta Pacelli

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La crisi c’è stata anche per loro. Ma il titolo di studi in ingegneria resta ancora un ottimo biglietto da visita. Specie per alcune specializzazioni. Certo, secondo il Consiglio nazionale degli ingegneri, le evoluzioni normative degli ultimi anni hanno modificato non solo il sistema universitario ma anche l'accesso all'albo, portando in basso la formazione accademica e sfilacciando quel legame necessario con il mondo del lavoro e delle professioni. E che un progetto di categoria punta a ricreare.

Gli occupati
Come rilevano i dati sull'occupazione presentati dal Centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri, nel periodo 2008-2014 la contrazione è stata complessivamente del 19%, giungendo a un fatturato lievemente superiore ai 3 miliardi di euro, ma già dallo scorso anno ci sono stati «segnali di ripresa di una congiuntura ancora debole» tanto che le imprese hanno richiesto 17.840 ingegneri, il 9% in più rispetto all'anno scorso. Il dato complessivo ha registrato 27.300 ingegneri disoccupati nel 2014, cifra record negli ultimi 15 anni e raddoppiata rispetto al 2008, anno di inizio della crisi. Ma anche in questo caso vanno fatti alcuni distinguo: se la cavano ancora gli ingegneri specializzati in impiantistica, ma soffrono gli edili e gli strutturisti. Uno dei problemi più sentiti dalla categoria (al pari comunque di altre professioni tecniche) è quello delle false partite Iva, per cui sulla carta sono giovani ingegneri, liberi professionisti che collaborano con studi di progettazione. Nei fatti, svolgono un lavoro da dipendenti, con retribuzioni spesso da 1200 euro lordi, lontane dalla media di categoria, e regole contrattuali poco chiare. Per questo, ora come ora, questa scelta rende molto meno che non avere un posto da dipendente.

C’è specializzazione e specializzazione
Ma per avere più chance occupazionali è indispensabile scegliere la specializzazione giusta. In questo senso la parte del leone la fanno gli indirizzi legati al terzo settore, quello dei servizi (ingegneria dell'informazione e ingegneria elettronica, con 8240 assunzioni), e quello industriale (4980 assunzioni). Insieme raggruppano i due terzi delle opportunità lavorative offerte dalle imprese. Non a caso, anche per il 2014 i profili più richiesti si confermano quelli di progettista meccanico, sviluppatore di software e programmatore informatico. Faticano, invece, confermando il trend degli anni scorsi, i percorsi legati all'ingegneria civile ed ambientale, sulla scia della recessione nel settore delle costruzioni: “solo” 1440 le assunzioni registrate. Marcate anche le disparità geografiche, con il sud Italia capace di assorbire appena 2mila ingegneri (con un calo allarmante di oltre il 21% rispetto al 2013) mentre quattro regioni da sole assorbono i due terzi degli ingegneri italiani e cioè Lombardia, Lazio, Emilia Romagna e Piemonte.

Il progetto di categoria
Ma a tentare di assecondare meglio le esigenze che arrivano dal mercato del lavoro e delle professioni ci sta pensando ora il progetto che il Consiglio nazionale ha presentato di recente al ministero dell’istruzione Stefania Giannini. Diversi i punti su cui mettere mano partendo innanzitutto da un dato: il flop del modello del 3+2, e in particolare, del titolo di primo livello per l’inserimento nel mondo del lavoro. I dati, dice il Centro studi degli ingegneri, indicano che oltre l'82% dei laureati triennali nel 2013 si sia iscritto a un corso magistrale, e che circa un terzo di questi abbia conseguito il titolo non prima di cinque anni. Un fallimento certificato anche dai numeri delle iscrizioni all'albo di categoria che nel 2015 contava 228 mila iscritti alla sezione A (dei quinquennali), a fronte di soli 8.400 soggetti per la sezione B, quella appunto dei triennali. Ecco quindi l’idea di puntare a una laurea di primo livello professionalizzante per coloro che avessero intenzione di procedere, subito dopo il conseguimento del titolo, alla ricerca di un'occupazione, oppure propedeutica per coloro che invece fossero intenzionati a proseguire gli studi ottenendo una laurea specialistica. Parallelamente, un corso di laurea a ciclo unico quinquennale nella materie ingegneristiche, senza portare a una diminuzione né all'abolizione dei corsi triennali che, dice il Cni, «continuano a rappresentare uno strumento di fondamentale importanza per i professionisti appartenenti a determinate categorie dell'area tecnico scientifica». A dover essere rivisti, poi, i percorsi di accesso dei laureati ai diversi settori dell'albo professionale per mancanza di una corrispondenza tra corso di studi e specializzazione.Così come interi contenuti nei percorsi formativi appartenenti alla stessa classe di laurea ma profondamente diversi a seconda dell'ateneo di provenienza. Con la conseguenza che i laureati nelle discipline tecnico-ingegneristiche risultano sempre più spesso sforniti di una completa formazione di base, indispensabile al momento dell'inserimento del laureato nel mondo del lavoro.


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