Studenti e ricercatori

La legge di stabilità non scaccia il fantasma della precarietà per i ricercatori

di Benedetta Pacelli

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Tra blocco del turn over, abilitazioni al palo, e ruolo ad esaurimento voluto dalla legge Gelmini c’è poco spazio. Troppo pochi gli 800 ricercatori di tipo B nella manovrà mentre lo sblocco delle assunzioni di tipo A rischia di aumentare il precariato.

Uno su cento (forse) ce la fa. Per gli altri rimane un futuro da precari. Perché tra il blocco del turn over, le abilitazioni al palo, il ruolo ad esaurimento voluto dalla legge Gelmini (l.240/10), per i ricercatori italiani la prospettiva è al massimo quella di avere un contratto di 3 anni, forse rinnovabile per altri due. E anche le norme contenute nella recente legge di Stabilità per il 2016 sono poca cosa rispetto alle esigenze del sistema. Lo dicono le rappresentanze di categoria, ma soprattutto i numeri.

Alcuni numeri
Il 2016 è iniziato con nuovo problema per gli atenei: la scadenza in molti dipartimenti di quasi tutti i contratti di ricercatori a tempo determinato di tipo A (secondo il data base del Miur pari a 3044). Si tratta di figure, nate con la legge Gelmini (l.240/10) e che dopo un contratto di 3 anni, rinnovabile al massimo per altri due, avrebbero dovuto trovare un sbocco come ricercatori di tipo B e poi passare di diritto alla fascia di associati. Passaggio mai avvenuto. La ragione? Semplice, ha spiegato Paolo Rossi, ordinario all’università di Pisa e componente del Consiglio universitario nazionale, «il futuro di questi soggetti è condizionato indirettamente dall’irrisolta collocazione di migliaia di ricercatori a tempo indeterminato che, pur avendo conseguito l'abilitazione negli ultimi anni, non hanno trovato spazio nel piano straordinario per gli associati». Un piano che, secondo le intenzioni dell’allora ministro Gelmini, avrebbe dovuto assorbire 10mila soggetti, ma che di fatto ne ha reclutati solo 6mila, anche a causa di un taglio del budget passato dai 240 milioni di euro a 173 milioni.

Ad oggi la platea di soggetti che aspira all’abilitazione da associato ammonta a circa 17 mila tra i vecchi ricercatori a tempo indeterminato, a cui vanno poi aggiunti altrettanti titolari di assegni di ricerca e i 700 ricercatori di tipo B con contratti di tre anni, gli unici che possono portare alla promozione ad associato se al termine del triennio hanno conseguito l’abilitazione scientifica.

La situazione attuale
Una situazione che neanche la Stabilità riuscirà a sanare. La legge, infatti, ha sì previsto lo sblocco del turn over dei ricercatori di tipo A per gli atenei virtuosi, ma questa liberalizzazione «che può sembrare generosa», ha precisato ancora il rappresentante del Cun, «è molto pericolosa, perché non può che spingere ad aumentare la massa del precariato privo di sbocchi definiti senza incentivare in alcun modo il passaggio a profili tenure track che sono quelli di cui il sistema ha maggiormente bisogno».
«L’eliminazione di ogni limite la bando dei ricercatori di tipo A» ha rincarato la dose Filadelfio Mancuso, presidente di Arted (Associazione ricercatori a tempo determinato) consoliderà quanto previsto dalla legge 240 del 2010, e cioè la sostituzione di ricercatori di ruolo (messi ad esaurimento) con migliaia di ricercatori precari obbligati a svolgere didattica e ricerca come i professori. Così come poche sono le risorse messe a disposizione per 800 ricercatori di tipo B, perché secondo Rossi, per «dare sbocchi agli attuali precari sarebbe necessario bandire circa 10 posti di ruolo (2 mila all'anno per i prossimi cinque anni), con la proroga delle attuali posizioni fino all'espletamento dei concorsi per i posti di ruolo. Per non parlare delle ulteriori allocazioni di risorse necessarie per promuvere almeno 5mila ricercatori e 5 mila associati».
Peccato che questi numeri siano piuttosto lontani dall’attuale programmazione.



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