Pianeta atenei

Alla Corte costituzionale i costi standard dell’università

di Gianni Trovati

I costi standard delle università finiscono sui tavoli della Corte costituzionale. A inviare alla Consulta tutto il pacchetto, costituito dalla legge Gelmini (la delega è all’articolo 5), dal decreto attuativo e dal provvedimento ministeriale che ha fissato i parametri, è l’ordinanza 13885/2015 del Tar del Lazio , investito della questione dall’università di Macerata. Un’altra volta, quindi, i giudici delle leggi saranno chiamati a una pronuncia ad alto valore politico, dal momento che l’università è il primo settore pubblico ad aver imboccato davvero la via dei costi standard, che ora hanno cominciato ad affacciarsi anche negli enti locali mentre nel resto della Pa rimangono oggetto da convegni più che da attuazione pratica.

Proprio il peso politico della questione, del resto, ha spinto i giudici amministrativi a chiamare in causa la Corte costituzionale, sulla base dell’obiezione che il governo ha affidato a un decreto, firmato da Miur e ministero dell’Economia, decisioni chiave sul finanziamento delle università che invece spettavano alla legge primaria. In questo modo, scrive il Tar nell’ordinanza, si è determinata «una delegificazione non prevista da alcuna norma in un ambito che investe, sia pure attraverso l’enunciazione di algoritmi e formule matematiche, scelte altamente politiche in termini di sviluppo del sistema universitario e di redistribuzione delle risorse economiche al suo interno».

Le «formule e algoritmi» citati dal Tar hanno deciso quest’anno la distribuzione di 1,2 miliardi di euro fra gli atenei statali, e secondo i programmi ministeriali dovrebbero arrivare a regime a decidere la sorte di circa 5 miliardi all’anno. Il fondo di finanzamento ordinario, cioè l’assegno statale che ogni anno arriva agli atenei, poggia infatti su due gambe: la «quota premiale», decisa in base ai risultati ottenuti da ogni università in una serie di indicatori che misurano la “qualità” di didattica e ricerca, e la quota base, che fino al 2013 era disciplinata da meccanismi di spesa storica e ora vede un peso crescente dei costi standard. Questi ultimi misurano il “prezzo giusto” delle attività universitarie sulla base di quattro indicatori: il numero di docenti (misurati secondo il sistema dei «punti organico», che pesa 1 gli ordinari, 0,7 gli associati e 0,5 i ricercatori) a seconda delle diverse aree di studio, con un sistema analogo a quello dell'accreditamento dei corsi di laurea; i servizi didattici e amministrativi; i costi di funzionamento; la presenza di collaboratori, esperti linguistici e così via.

Nel ricorso, l’università di Macerata spiega di non opporsi all’introduzione di un nuovo meccanismo di distribuzione dei fondi, ma di contestare i suoi effetti giudicati «paradossali e perversi». Una convinzione, questa, maturata dai conti dell’ateneo, che nel 2014 (anno del debutto degli standard) ha subito un taglio di 1,4 miliardi ma soprattutto, a regime, rischia di vedersi ridurre le risorse statali di 7,4 milioni di euro, cioè del 23% (come calcolato sul Sole 24 Ore del 5 gennaio) «che potrebbe condurre a un rischio di chiusura dell’università in pochi anni».

Più delle questioni di merito, legate per esempio al fatto che il costo standard dei docenti è misurato sulle situazioni reali di ogni ateneo e non su parametri complessivi di efficienza, nell’ordinanza trovano in realtà spazio quelle di metodo. La delega data al governo dalla legge Gelmini del 2010, spiega il Tar, era «eccessivamente generica», il decreto attuativo ha stabilito le voci di costo ma non le modalità di misurazione, e il tutto è stato affidato ai provvedimenti ministeriali. Sarà la Consulta a decidere se questa procedura ha violato la riserva di legge che la Costituzione (in particolare gli articoli 33 e 34) prevede per l’istruzione.


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