Studenti e ricercatori

Diritto allo studio: a gennaio parte il tavolo sui Lep, ma c’è l’incognita del nuovo titolo V

di Marzio Bartoloni

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Si riapre il cantiere dei Lep. I grandi assenti del diritto allo studio di questi ultimi anni provano a tornare alla ribalta, dopo che tra cambi di governo e spaccature tra le regioni il decreto che doveva disegnarne l'identikit è rimasto nei cassetti per tre anni. Il ministero ha ufficialmente aperto il tavolo sui livelli essenziali delle prestazioni inviando nei giorni scorsi la richiesta di nominare un loro rappresentante a Regioni, studenti e aziende per il diritto allo studio. I lavori cominceranno a gennaio proprio quando è atteso il via libero definitivo alla riforma costituzionale: l’11 gennaio la Camera dovrebbe dare l’ultimo via libero al disegno di legge che rivede anche le competenze al diritto allo studio che in sostanza viene “ristatalizzato”. Per attendere però l’entrata in vigore della riforma bisognerà attendere il referendum confermativo che dovrebbe avvenire nell’autunno del 2016. In ogni caso il suo varo in qualche modo peserà sui lavori del tavolo, quasi come un convitato di pietra, e rischia di renderne inutile i lavori a meno che non si cambi anche il Dlgs 68/2012 che prevede il varo dei Lep . Intanto il ministro Giannini insiste: la gestione delle borse di studio passi direttamente agli atenei.

Verso la definzione dei Lep
L’obiettivo del tavolo convocato dal Miur è quello di scrivere i livelli essenziali per il diritto allo studio stabilendo a livello nazionale i criteri per accedere alle borse senza più disparità tra le regioni. E soprattutto con la promessa di dire addio per sempre alla vergogna nazionale di chi merita una borsa ma rimane puntualmente con un pugno di mosche per mancanza di fondi. Solo l’anno scorso sono stati più di 40mila gli “idonei” senza borsa. E quest’anno anche per effetto del nuovo Isee saranno probabilmente molti di più. Oltre alle borse il decreto dovrà fissare i criteri di accesso anche a tutti gli altri servizi: da quelli abitativi a quelli di ristorazione; dai servizi di orientamento e tutorato alle attività a tempo parziale; dai trasporti all’assistenza sanitaria al materiale didattico. Il lavoro probabilmente non partirà da zero visto che governo e regioni avevano già lavorato a una bozza di decreto, nato addirittura sotto l'ex ministro Profumo, che però aveva spaccato i governatori ed era stato bocciato dagli studenti. Nel mirino era finito in particolare l’innalzamento dell’asticella dei crediti necessari per conseguire la borsa (da 25 a 35) che rischiava di ridurre ancora la platea dei beneficiari. Una mossa che ora potrebbe essere riproposta (il recente documento sulle 20 proprità del Miur per il 2016 alla voce diritto allo studio parla non a caso di «valorizzazione del merito»). Ma gli studenti mettono subito le mani avanti: «Se l’intenzione del Governo è quella di utilizzare la definizione dei Lep soltanto per contrarre ulteriormente il diritto allo studio, ad esempio andando ad innalzare i criteri di merito per l’accesso alle borse, come già aveva tentato di fare l'allora ministro Profumo nel 2013, non ci stiamo e daremo battaglia», avverte Jacopo Dionisio dell’Udu. Che parla di operazione che assomiglia a semplice palliativo: «Nell’attuale situazione di sotto finanziamento, il rischio evidente è che il tavolo del Miur si trasformi nell'ennesimo gioco a ribasso».

Le altre variabili in campo
Ma a pesare sulla definizione dei nuovi Lep c’è anche la riforma costituzionale che sarà varata a inizio gennaio. Il diritto allo studio oggi è finanziato in parte dallo Stato tramite il fondo per il diritto allo studio (il Fis) che vale circa 150 milioni (in continuo calo rispetto al passato) e dalle regioni con fondi propri e soprattutto attraverso le tasse pagate degli studenti sempre in aumento (atri 250 milioni in tutto). Risorse a cui si dovrebbero aggiungere 50 milioni promessi dal premier Renzi nella nuova legge di stabilità. Ora con la riforma del Titolo V la gestione del diritto allo studio dovrebbe tornare a Roma, lasciando alle regioni solo le attività di “promozione”. Con le aziende per il diritto allo studio che dovrebbero mantenere il compito di erogare le borse. A questo scenario in continua evoluzione si aggiunge anche la “provocazione” del ministro Giannini che da settimane ripete come un mantra l’intenzione di voler togliere in ogni caso la gestione delle borse di studio alle Regioni per affidarle direttamente agli atenei (i rettori finora sono stati piuttosto freddi a parte qualche eccezione). «C’è una parte del diritto allo studio che è giusto che sia in carico alle Regioni, ossia quello che riguarda gli alloggi e le mense - ha spiegato nei giorni scorsi - ma l’erogazione delle borse di studio per definizione è uno strumento che ha l’ateneo per poter diventare più attrattivo e quindi questa potrebbe essere una svolta importante». «Come ministro propongo l’inizio di una possibile soluzione del problema - ha concluso - poi, se si arriva ad articolare nel dettaglio la proposta, approderà nella conferenza Stato-Regioni».


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