Studenti e ricercatori

Odontoiatri sotto attacco della crisi e delle prestazioni low cost

di Benedetta Pacelli

S
2
4Contenuto esclusivo S24

Crisi e prestazioni low cost mettono in ginocchio i dentisti italiani. Gli ultimi anni di recessione, infatti, hanno ridotto i ricavi degli odontoiatri italiani determinando il declino di una professione dorata. Solo un effetto automatico della grande crisi che ha fatto diminuire i soldi nelle tasche dei cittadini? Forse, ma non solo. Perché seppure, come dice l'Istat (secondo l’istituto di ricerca il 14% degli italiani ha rinunciato alle cure dentali pur avendone bisogno e, di questi, l'85% è stato spinto da motivi economici), minor reddito familiare significa minori consumi anche in ambito sanitario, l’odontoiatria privata un tempo monopolio del comparto, è stata messa a dura prova da iniziative su nuovi terreni sconosciute al tradizionale professionista: la pubblicità, i negozi su strada, l’offerta di prestazioni a prezzi stracciati per catturare il cliente e il fenomeno del turismo dentale in altri paesi europei. E in questa situazione di mercato selvaggio cresce pure l'abusivismo, di chi cioè esercita la professione negli studi senza averne il titolo o magari con un giovane dentista come prestanome. Si parla di oltre 10mila falsi dentisti in Italia (sul totale di circa 60 mila), praticamente quasi uno ogni cinque tra quelli regolarmente iscritti all'albo. Con danni alla salute pubblica e ingenti costi sociali. Per non parlare dei 75 milioni sottratti in questo modo all'erario.

Alcuni numeri
Secondo l’ultimo Rapporto Eures-Cao (Commissione albo odontoiatri) tra il 2012 e il 2013 il tasso di occupazione dei dentisti italiani a un anno del conseguimento del titolo è passato dal 70% al 63%, ma resta il problema di un ampio numero di professionisti male occupato a inizio carriera. Tra chi non trova lavoro dopo la laurea nei tre anni successivi un buon 15 % trova occupazione, ma in strutture fatiscenti o nei mega centri dove la retribuzione non supera 600 o 800 euro al mese. Quando addirittura non si pagati in nero. Tra i neo-odontoiatri invece se la maggioranza (61,8%) svolge un’attività autonoma, e il 2,4% un’attività subordinata a tempo indeterminato, significativa è la quota di quanti dichiarano di svolgere un lavoro intermittente (26,3%), attraverso contratti di collaborazione, formativi, parasubordinati, così come la percentuale di quelli che lavorano in nero (9,4%), senza alcun contratto.
Secondo l’Andi, l'Associazione nazionale dei dentisti italiani il fatturato dei dentisti proveniente dalle famiglie è calato passando da 6,7 miliardi circa di euro ai 4,9 del 2012 a testimonianza del fatto che la spesa odontoiatrica è considerata come un consumo di cui si può fare a meno, eccezion fatta per le urgenze. Sempre meno pazienti quindi bussano alle porte degli studi professionali e il risultato è che il 52,4% dei camici bianchi si aspettava di chiudere il 2014 con un calo di ricavi, mentre solo il 4,6% dei professionisti si aspetta un aumento.

Non solo la crisi
Ma per la Cao, la Commissione albo odontoiatri in seno alla Fnomceo (Federazione dei medici e degli odontoiatri), la colpa non è solo della crisi ma anche di un eccessivo numero di professionisti, causa dei troppi ingressi all’università con corsi poco professionalizzanti. Sono gli stessi studenti a rilevarne talvolta l’inadeguatezza e le insufficienti competenze nelle materie pratiche e specialistiche. Inoltre agli accessi programmati va aggiunta la percentuale di studenti che, per aggirare il numero chiuso, inizia l’università nei paesi dell’est o in Spagna, poi si fa riconoscere gli esami e prosegue in Italia. Rispetto a questo quadro complessivo cosa fare? Per Gianfranco Prada, presidente dell’Andi, la ricetta anticrisi per la professione si compone di tre punti: «Chiedere sgravi fiscali per i pazienti che effettuano cure odontoiatriche, in modo da riportare i pazienti negli studi, permettendo anche un recupero di quel residuo di evasione, poter usufruire dei fondi sanitari integrativi e naturalmente combattere l'abusivismo. E poi pensare all’aggregazione degli studi professionali, evitando, come accade nelle catene low cost, di trascurare il rapporto con il cliente».


© RIPRODUZIONE RISERVATA