Studenti e ricercatori

Dalle imprese alla Pa fino alla scuola: i dottori di ricerca vanno valorizzati così

di Marzio Bartoloni

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«Il dottore di ricerca? È un laureato che entra nel mercato del lavoro con tre anni di ritardo». Questo è quello che si sentono dire i Phd italiani quando bussano alla porta delle imprese. Non va meglio quando si rivolgono alla Pa dove il loro titolo non viene considerato quasi per nulla, dai concorsi ai posti di dirigente fino alla scuola dove per insegnare devono addirittura ricominciare a studiare. Nasce anche da qui l’idea dell’Adi, l’associazione dei dottorandi e dottori di ricerca italiani, di consultare i diretti interessati - i dottori di ricerca appunto - per chiedergli come valorizzare il loro titolo. I risultati di questo maxi sondaggio (hanno risposto in 549) sono stati presentati ieri a Milano alla Bicocca all’interno della loro quinta indagine annuale. E lanciano più di uno spunto per aiutare i 9mila giovani ricercatori che conquistano ogni anno il titolo di dottore di ricerca a trovare una collocazione adeguata, visto che la carriera all’università è off limits per molti di loro.

Gli sbocchi difficili nelle imprese
Oggi sono tre le forme di collaborazione con le imprese: dottorato in collaborazione, dottorato industriale e apprendistato di alta formazione. Ma il ricorso a queste figure non è granché diffuso tra le nostre aziende che percepiscono appunto il dottore come un laureato con tre anni in più di età. Per i giovani ricercatori sarebbe invece necessario fare emergere la domanda di innovazione di cui spesso le imprese non sono ben consapevoli – team building, corporate identity, gestione delle risorse umane, ecc. –, domande cui i dottori di ricerca potrebbero fornire preziose risposte, con conseguenti vantaggi competitivi. Per non parlare a esempio della possibilità di aiutare, soprattutto le Pmi, a partecipare ai bandi europei. Anche il tema dell’inquadramento contrattuale è piuttosto sentito. I ricercatori segnalano che in nessun contratto si tiene in considerazione il titolo di dottore di ricerca, spesso inquadrati ad un livello non corrispondente alle capacità acquisite, e che la formazione ricevuta nel percorso dottorale non viene considerata utile ai fini lavorativi. Tra le misure che potrebbero favorire la loro assunzioni viene infine segnalato quello degli incentivi fiscali.

Nei concorsi della Pa il Phd vale poco
Per quanto riguarda la Pa tra i temi più sentiti c’è quello della valutazione del titolo nei concorsi: il titolo di dottore di ricerca è valutato solo in alcuni concorsi, anche in quel caso gli viene solitamente attribuito un punteggio basso e totalmente rimesso alla discrezionalità dell’ente che emana il bando. Le proposte che avanzano i dottorandi per superare questo stato di cose sono, tra le altre: definire un punteggio standard da attribuire al PhD, diminuendo la discrezionalità dei singoli enti e considerare il PhD – coerentemente con quanto stabilito dalla Carta europea dei ricercatori – come esperienza professionale maturata nel settore. Oggi in mancanza di bandi riservati, i dottori di ricerca si trovano a
competere con laureati su mansioni per le quali sono sovra-qualicati . Anzi accade anche che i laureati triennali possono accedere a posizioni per cui il titolo di PhD avrebbe grande rilevanza. Per non parlare infine delle discriminazioni sul welfare: la discol, l’indennità di disoccupazione per collaboratori coordinati e continuativi a progetto , per ora esclude i dottori di ricerca. Ora la legge di stabilità potrebbe estendere questa indennità agli assegnisti di ricerca (lo prevede un emendamento approvato dalla commissione Lavoro). E tutti gli altri precari della ricerca? Si chiede l’Adi che propone di aggiungere anche dottorandi, borsisti e contrattisti.

Per insegnare bisogna tornare a studiare
Ancora più paradossale l’accesso all’insegnamento nelle scuole dove l’abilitazione è off limits se prima non si torna a studiare.Molti ricercatori rilevano infatti la contraddizione per cui i dottori di ricerca attualmente devono frequentare i corsi di Tirocinio formativo attivo per accedere alla cattedra, quando gli stessi corsi sono spesso tenuti da dottori di ricerca. In più il Tfa ha un costo economico irragionevole per chi - come il PhD - viene da anni di formazione ed esperienza didattica. Da qui la richiesta dell’attribuzione dell’abilitazione all’insegnamento a chi termina un percorso di formazione dottorale o quantomeno un aumento dei punteggi attribuiti al titolo nei concorsi per l’insegnamento. Si suggerisce anche la previsione di nuovi profili professionali per che si occupa delle attività integrative e di formazione, valorizzando il titolo con figure come il “professore aggregato” – dal sistema scolastico francese – con il compito di fornire didattica integrativa e di occuparsi dell’aggiornamento degli altri insegnanti.


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