Studenti e ricercatori

Il futuro dei camici bianchi? Specializzazioni «giuste» e la riscoperta della ricerca

di Bendetta Pacelli

Per gli standard europei sono troppi. Per il sistema assistenziale italiano pochi. Ma la verità, come spesso accade, è nel mezzo. Perché non mancano medici in senso assoluto (in totale 380mila), ma esistono profili che non hanno specialisti a sufficienza. Un esempio su tutti, il medico di famiglia che tra tre anni potrebbe mancare a circa 900 mila italiani, così come il pediatra o alcune specialità chirurgiche che nessuno vuole più fare per il rischio denuncia.
Se a questo si aggiunge che la spending review ha costretto a fare i conti su un diverso rapporto posti letto/abitanti e che il blocco del turnover per i piani di rientro ha chiuso per anni i rubinetti dei concorsi nel pubblico, il futuro per i camici bianchi appare tutt’altro che roseo. Alimentato dallo spettro del precariato (già ora si parla di oltre 10 mila precari tra i medici ospedalieri) e della sottoccupazione per tanti giovani professionisti.

Le criticità
Un mix che come chiede da anni la Federazione dei medici (Fnomceo), impone una riprogrammazione complessiva: dagli accessi all’università alla formazione specialistica, fino alla collocazione dei medici nell'ambito di una riorganizzazione complessiva del Sistema sanitario nazionale. Senza correttivi immediati, infatti, il Ssn dovrà fare i conti entro i prossimi dieci anni con la mancanza di specialisti destinati allo svolgimento di funzioni non delegabili ad altre professioni sanitarie. E parallelamente, a causa di quello che viene definito un imbuto tra formazione generalista e scuole di specializzazione, sempre secondo la Fnomceo tra dieci anni almeno 25 mila giovani medici saranno disoccupati. Sebbene sia in dirittura d’arrivo una riforma del corso di laurea in medicina che punta a far risparmiare un anno di tempo tra tirocinio ed esame di abilitazione, includendo il primo nel corso di studi (ora è successivo) e il secondo durante la sessione di laurea, rimane, infatti, la strettoia tra laurea e specialità, per cui ogni anno fanno il loro ingresso a medicina circa 10 mila matricole, ma poi ne possono accedere alla formazione post lauream circa 5mila specializzandi e circa 900 corsisti di medicina generale. E poiché nessuno esercita la professione medica senza la formazione post lauream, almeno 4 mila medici ogni anno restano fermi in attesa di accedere a un corso di specializzazione o alla scuola di formazione per medici di medicina generale.

Puntare sulle giuste specializzazioni
La soluzione, che sta cercando di trovare il ministero della Salute (capofila del progetto europeo «Joint actione health workforce planning and forecasting») è quella di calcolare le necessità delle specialità non in base ai posti delle università ma su quelli delle regioni così da evitare una disomogenea distribuzione che non risponde ai reali bisogni.
Per ora comunque per chi opta per una specializzazione dovrà scegliere quella giusta e puntare su profili carenti, da anestesia a radiologia, da rianimazione fino otorino-laringoiatria. Oppure decidere di fare pediatria, oggi si calcola che questi professionisti siano 14.300 e si prevede che scenderanno a 11 mila nel 2016 e 6.400 nel 2030. Già oggi ne mancano più di 2 mila. C’è poi la crisi di chirurgia che da anni molti giovani evitano per i rischi dovuti a facili denunce e costi elevati dei premi assicurativi per responsabilità civile.

L’attività di ricerca
Ma non esistono solo le specializzazioni. Accanto alla revisione dei percorsi formativi, c'è infatti chi, come la Conferenza dei presidenti dei corsi di laurea in medicina e chirurgia, sta cercando di formare medici da utilizzare nell'attività di ricerca di base, una categoria a rischio estinzione. Quindi non solo camici bianchi iperprofessionalizzati e specializzati, ma semplici ricercatori. Affinché queste vocazioni possano essere valorizzate, secondo l’università, è necessario che la formazione durante il corso di laurea venga integrata in maniera organica con il dottorato di ricerca. L’idea è quella di istituire dottorati in medicina e chirurgia, nei quali possano essere riconosciuti i crediti acquisiti nel contesto del corso di laurea, consentendo così di ottenere il titolo di dottore di ricerca dopo due anni di corso. Questa proposta consentirebbe di completare il progetto di ricerca già impostato ed avviato durante la laurea, fornendo nello stesso tempo un titolo spendibile per l'accesso al mondo della ricerca.


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