Studenti e ricercatori

Il nostro paese esporta talenti nell’università francese

di Alberto Magnani


«Come siamo trattati? Come i ricercatori francesi: l'attenzione è sulla qualità. E la qualità dei ricercatori italiani è alta». Altro che rital, il nomignolo affibbiato agli italiani negli anni delle emigrazioni. I nostri under 30, nella Francia del 2015, esportano un bene riconosciuto da grandi école e scuole avanzate: la produzione scientifica. Dall’urbanistica all’ingegneria, dalla medicina agli studi demografici. Come quelli condotti da Valeria Solesin, ricercatrice 28enne della Sorbona mancata nell'incubo di venerdì. Non stupisce che proprio l’Italia sia il principale bacino di forza lavoro estera (il 13,8% secondo una ricerca del National Bureau of Economic Research), la terza meta di destinazione per gli “expat” (oltre il 15%, sempre su stime Nber) e una delle tante terre d'approdo per i talenti nel circuito del brain drain europeo. Cosa li spinge nella capitale francese, elevata da alcune classifiche al gradino di «miglior città d'Europa per studenti»? Il fitto intreccio di scambi con i nostri atenei, un polo di 17 università nei ranking internazionali e una popolazione di studenti stranieri che sfiora le 300mila unità.

Dalla Bicocca alla Sciences Po
Alessandro Maggioni, dottorando alla Bicocca di Milano in Urban and Local European Studies, sta svolgendo un periodo di ricerca al Centre d’études européennes della Sciences Po: l'istituto di studi politici che sforna da quasi 150 anni la classe dirigente francese, con una lista di alumni celebri che va da Marcel Proust a Francois Hollande. La sua base resta a Milano, ma la tesi in co-tutela lo ha fatto approdare per due volte in due anni a Parigi. E le differenze, tra i paesi, si sentono: «La percezione è positiva, perché si ha la possibilità di lavorare in un ambiente universitario con molte più risorse economiche. E questo comporta anche capacità organizzative diverse». L'investimento sulla ricerca, però, non si esaurisce in assegni più generosi. Cambia la concezione dei dottorato, la natura di un'esperienza più vicina al lavoro che al “prolungamento” della formazione teorica. «In Italia il dottorato è considerato come un'estensione di quanto si è studiato. Qui vale il principio della professionalizzazione alla ricerca, c'è un rapporto più stretto con l'ipotesi di una carriera in università» dice Maggioni. La Francia, d'altronde, sa come attrarre matricole internazionali. Una ricerca dell'istituto Bva per Campus France ha stimato un totale di più di 295mila studenti stranieri solo nel 2014. Un rialzo del 11% in cinque anni che vale al paese, tra gli altri benefit, un ritorno economico da quasi 1,7 miliardi di euro l’anno: il rapporto tra i poco meno di 3 miliardi spesi per l'assistenza e i quasi 4,7 rifluiti nelle casse dell'erario francese tra rette, alloggi, spese e turismo degli under 30 atterrati da Germania, Francia, Cina, Stati Uniti e, appunto, Italia. Non tutto è in discesa, visti i requisiti di un sistema che fatica a digerire l'inglese («Sta prendendo piede, ma la conoscenza del francese è ancora indispensabile»), il grado di selettività delle école più blasonate e gli inconvenienti che attendono qualsiasi trasferimento all'estero. Il bilancio, però, resta in positivo: «Anche a Sciences Po, gli italiani sono tanti. Studenti, ricercatori, docenti. Ripeto: si valuta il progetto, la qualità del percorso. Ma la considerazione è molto positiva».

Parigi, perché la ricerca è più fertile
Giorgio Christopulos, classe 1989, si è laureato a Gorizia in relazioni internazionali prima di virare su studi di teoria della letteratura e linguistica. Un cambio di rotta che parrebbe inusuale in Italia ha trovato terreno più che accogliente alla École des hautes études and sciences sociales (la scuola avanzata di studi sociali). Nell'istituto, uno studente su due è straniero. Gli italiani non passano inosservati, anche per «un retroterra più articolato di quello di molti studenti locali, che tendono a ragionare più su alcuni 'format' di ricerca predefiniti» spiega Christopulos. A fare la differenza è il contesto, come testimonia l'abilità della Francia di attirare e conservare sia le sue risorse sia il capitale umano in arrivo dall'estero. Basta dare un occhio all'asimmetria Francia-Italia nel rapporto tra competitività e “tasso di ritenzione” dei finanziamenti dell’European Research Council, secondo dati ripresi anche da Assobiotec. Il totale delle borse assegnate varia di poco: 41 alla Francia e 36 all'Italia. La differenza è che più di 30 di quelle destinate alla Francia saranno sfruttate in patria, mentre più della metà finanziamenti per l'Italia finirà in progetti esteri . Segno che la strada è altrove. Magari, a Parigi: «I ricercatori italiani sono moltissimi, e molto apprezzati. Fuori dalla retorica, l'arricchimento culturale di Parigi sta anche nella sua internazionalità. Questo è un ambiente fatto per metterti in condizione di crescere, di aprirti. Ora come sempre».


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