Studenti e ricercatori

Dopo-Expo, pronti 1,5 miliardi per l’hub della ricerca

di Sara Monaci

Prende forma il progetto del dopo-Expo. Prima di tutto con un chiarimento sulle risorse investite dallo Stato: 150 milioni all’anno per dieci anni. Lo ha detto ieri il premier Matteo Renzi, a Milano al Piccolo teatro Grassi per inaugurare la fase 2 dell’Expo, cioè il destino delle aree che entro la fine del prossimo giugno saranno lasciate libere da padiglioni e cluster. Un milione di metri quadrati su cui dovrà nascere il progetto “Italia 2040”, ovvero un parco tecnologico dedicato alla ricerca nelle tecnologie più avanzate nel campo della salute, della nutrizione e della sostenibilità. L’obiettivo è ambizioso: prendere come esempio le grandi dodici iniziative simili che esistono già nel mondo (si cita la Silicon Valley degli Stati Uniti, le realtà di Boston e di Berlino) e in più dare il valore aggiunto dell’interdisciplinarità. Per realizzare tutto questo occorre «la scintilla pubblica», come la definisce Renzi. Per scintilla si intende, oltre all’intuizione, anche e soprattutto le risorse finanziarie. Si dovrebbero aggiungere ai 150 milioni all’anno del governo anche i 100 milioni dell’Istituto italiano tecnologico di Genova, a cui il governo ha affidato il compito di tracciare le linee guida del futuro parco tecnologico. L’Iit sarà direttamente presente nell’area con 30mila metri quadrati (si parlava qualche giorno fa di 70 ma ieri il numero è stato meglio chiarito). Il premier ha sottolineato che «il governo, o Cassa depositi e prestiti, interverrà, se viene richiesto il suo aiuto».

Il coordinamento di Genova

Il progetto vincente, secondo Renzi, è quello dell’Iit di Genova. Un passo indietro: Renzi ricorda il primo progetto, o meglio, la prima bozza di progetto che già circolava mesi fa, quando non si parlava solo di una città della ricerca e dell’innovazione ma anche di una cittadella dell’amministrazione. A mettere la firma su questa ipotesi era l’agenzia del Demanio. Tuttavia per Renzi «il progetto non aveva il respiro internazionale, l’idea di una serie di “federal building” e di una città della Pubblica amministrazione non sarebbe stata all’altezza delle aspettative che l’Expo stesso ha creato». Nel parco tecnologico potrebbero lavorare 1.600 scienziati, a cui si aggiungono imprese private che dovrebbero mettere a loro volta altre risorse finanziarie e altro capitale umano. Come ha detto il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina «si tratterà di realizzare una forte partnership tra pubblico e privato». Le aree di lavoro saranno la ricerca nella genomica, big data, studi oncologici, alimentazione, materiali innovativi e ciclo dei rifiuti. E per chi, nei giorni scorsi, ha mostrato perplessità nei confronti di un coordinamento imposto da Genova e di un progetto maturato fuori dalla Lombardia (soprattutto negli ambienti universitari, dalla Statale alla Bicocca di Milano), Renzi ha risposto che «il progetto richiede la sinergia tra le università per evitare campanilismi, che proprio a Milano non hanno senso - ha concluso Renzi - Il Nord Ovest italiano dovrà diventare locomotiva d’Europa».

L’università e le aziende

L’università Statale di Milano è ancora il pivot del progetto, almeno per il momento. La Statale intende portare nel sito di Rho le facoltà scientifiche (tranne Medicina) che attualmente si trovano nel quartiere di Città studi di Milano. L’investimento complessivo avrebbe il valore di 450-500 milioni, di cui 200 rappresentati da prestiti, altri 80 ricavati dalla vendita di altri terreni di Città studi e infine altri 200 recuperati dalla vendita degli edifici universitari attualmente utilizzati. La Statale dovrebbe occupare 200mila metri quadrati nel sito del Expo, portando 16mila studenti. Parole positive al piano governativo arrivano dal presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca, che sebbene sottolinei «i ritardi sul dopo-Expo dovuti alla fretta di completare il progetto dell’Expo», ieri ha parlato di «progetto di grande interesse, sulla scia dei migliori esempi del mondo nel settore delle scienze della vita, che peraltro si insedierebbe in un’area attorno alla quale c’è gran parte della produzione italiana». Secondo Rocca a giugno, lavorando intensamente, si potrebbe avere già un masterplan. Per quanto riguarda le aziende, alcune mostrano interesse a realizzare a Rho dei centri di ricerca, altre a trasferire le loro sedi. «I contatti sono in corso, anzi, sono le stesse aziende che ci chiedono a che punto sono i lavori a Rho. È chiaro che sono interessate ma è altrettanto chiaro che per loro servono piano certi».


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