Studenti e ricercatori

Al Sud atenei sempre più «vuoti» - Borse di studio senza fondi

di Gianni Trovati

Quando posa il proprio sguardo sull'università, la manovra che ha appena iniziato al Senato il proprio cammino parlamentare lo fa per sbloccare gli scatti dei docenti, in linea con il problematico “scongelamento” dei contratti per il resto del pubblico impiego, e per lanciare il nuovo piano straordinario di reclutamento dei ricercatori con le parole d'ordine ormai consuete di “merito” ed “eccellenza”. Nemmeno una parola, e quindi neanche un euro, vengono però spesi per una voce che riguarda da vicino studenti e famiglie: il diritto allo studio.

Soldi e Isee
Con questo silenzio, a dire il vero, la legge di Stabilità non si discosta troppo dalle manovre che l'hanno preceduta, ma questa volta il fatto che borse di studio e simili non facciano nemmeno una comparsa nelle 88 pagine che compongono il testo spedito a Palazzo Madama rischia di fare più rumore del solito. Per due ragioni: il sistema sta provando con scarso successo a digerire le nuove regole dell'Isee, che fanno salire i parametri di molte famiglie escludendole dal raggio d'azione delle borse di studio; il ministero, che sul punto ha appena avviato un tavolo di confronto con le rappresentanze degli studenti, aveva preparato un pacchetto di interventi per rinvigorire un po' la dote del welfare accademico. A inquietare chi si occupa di università è infatti un fenomeno che negli ultimi anni si è gonfiato, e che con il rachitismo del diritto allo studio all'italiana è strettamente collegato: si tratta del vero e proprio esodo di studenti dagli atenei del Sud, che hanno registrato un crollo nelle immatricolazioni.I numeri, tratti dall'anagrafe nazionale con cui il ministero registra ingressi e vita di ogni studente universitario, parlano chiaro.

Le dinamiche
Tra il 2011 e il 2015 l'università italiana ha perso nel suo complesso il 6,8% di immatricolati, ma se al Nord la situazione è più o meno stabile (-0,99%) e registra tendenze in qualche caso spiegabili anche con le dinamiche demografiche, la flessione si concentra quasi integralmente nel Mezzogiorno, dove ha raggiunto il -14,5%, con punte del -40% a Reggio Calabria, del -31% alla Parthenope di Napoli e del -28,1% a Messina, mentre i primi segnali del nuovo anno accademico sembrano in linea con le tendenze generali fin qui riscontrate. Tutti i confronti europei confermano che l'Italia continua ad avere meno laureati rispetto ai Paesi “pari grado” della Ue, e che il problema si intensifica a Sud in un circolo vizioso che alimenta i divari strutturali di competitività.Ma che cosa c'entra tutto questo con le borse di studio? C'entra parecchio, e per capirlo bisogna dare uno sguardo ad altri due numeri, relativi al grado di copertura del diritto allo studio. Il tema, con una scelta rivelatasi infelice, è stato affidato nel 2001 alle Regioni ed è finito quindi nel vortice dei problemi di bilancio che spesso hanno finito per tagliare le spese considerate dai governatori meno problematiche sul piano politico ed elettorale.

I buchi nelle borse
In questo panorama il diritto allo studio ha giocato un ruolo da cenerentola, generando il fenomeno tutto italiano degli “idonei non beneficiari”.In pratica, lo studente fa domanda per ottenere lo sconto parziale o totale delle tasse d'iscrizione, l'ente per il diritto allo studio certifica che l'interessato ha tutte le carte in regola per ottenere l'aiuto ma poi non gli dà un euro perché i soldi non ci sono. La geografia dei buchi del diritto allo studio - qui sta il punto - si sovrappone quasi perfettamente a quella dei “deficit” più intensi nelle serie storiche sulle immatricolazioni. Con l'eccezione della Basilicata, dove la copertura è totale, le falle sono enormi e vedono in Sicilia la borsa di studio garantita solo al 32,3% degli studenti che ne avrebbero diritto, mentre in Calabria si arriva al 42,1% e in Sardegna al 56 per cento. Al Nord la copertura più o meno integrale è la regola, ma anche qui c'è l'eccezione rappresentata dal Piemonte. Nasce da qui la media nazionale, che vede garantire la borsa di studio solo a tre quarti degli studenti “idonei” e di fatto trasforma il “diritto” allo studio in un favore. La morale della favola a questo punto è evidente.

Il cortocircuito
Il welfare accademico ha il fiato più corto proprio dove se ne dovrebbe sentire di più il bisogno, perché i redditi medi delle famiglie sono inferiori e la propensione agli studi universitari trova sulla propria strada più ostacoli economici e sociali che altrove.In un panorama come questo, non può che rafforzarsi la dinamica segnalata nell'ultimo rapporto di AlmaLaurea, il consorzio di atenei che censisce i risultati accademici e professionali dei laureati italiani: in molte regioni l'università rischia di essere una prospettiva riservata ai benestanti, soprattutto per le famiglie che possono sobbarcarsi i costi dell'emigrazione accademica del proprio figlio a Roma o al Nord, mentre «gli studenti più capaci, ma meno mobili e residenti nei contesti sfavoriti» devono fare i conti con «il peggioramento progressivo della qualità dei servizi», nell'attesa sempre più lunga di un ascensore sociale che rischia di non passare mai.


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