Studenti e ricercatori

Lo sviluppo passa dal capitale umano

di Eugenio Bruno

«Solo dall’incontro tra il capitale umano e il capitale finanziario vengono fuori più investimenti e dunque lo sviluppo». È da questa formula che deve ripartire l’Italia, secondo Luigi Abete. Il presidente della Bnl e della Luiss Business School cita proprio quest’ultima come esempio di una sinergia che funziona: nei giorni scorsi, insieme all’intero dipartimento Impresa e Management dell’ateneo, ha ottenuto l’ambito accreditamento internazionale Equis. Un riconoscimento che spetta solo a 150 istituzioni formative nel mondo sulle 15mila circa complessive.

Presidente Abete che effetto fa essere nell’1% dei migliori istituti di alta formazione del mondo?

È il risultato di un percorso. Non è capitato per caso. La Business School, insieme all’università, ci ha lavorato per tre anni perché riteneva che se voleva elevare il livello di internazionalizzazione, sia in termini di partecipanti sia in termini di autorevolezza, doveva competere sugli scenari globali. L’accreditamento Equis è lo strumento tecnico che ci consente di essere una business school leader. Considerato che in Italia ce ne sono altre due, la Bocconi e il Politecnico di Milano, ma noi siamo l’unica a essere accreditata anche a livello di dipartimento. E quindi anche a livello di biennio. È la prima volta in Italia, infatti, che una Scuola riesce ad accreditare tutta la linea dei programmi di management, dalla laurea magistrale fino al Mba.

Qual è stato l’elemento decisivo?

In Italia siamo abituati a pensare che il valore della business school sia anche nell’apporto di professionalità esterne che vengono a fare dei corsi o delle lezioni. Mentre nella tradizione naturale è la qualità dei professori stabili che dà il valore. Noi siamo riusciti a mettere insieme l’expertise delle testimonianze di professionisti esterni, imprenditori, manager con un rafforzamento del link con il dipartimento. In questo modo è stata premiata l’intera filiera. Come testimonia l’ultimo esperimento che stiamo facendo. Per la prima volta abbiamo previsto un master di un anno dopo il triennio a cui volendo si può aggiungere un altro anno e trasformarlo in biennio. Cosi il processo formativo si modularizza e diventa naturale. Quest’anno, poi, abbiamo avuto un boom di domande del 120%, per i corsi di laurea magistrale da parte di studenti che hanno fatto il triennio in altre università. Sono segnali di accreditamento oggettivo. Come un film che vince il premio del pubblico: è quello che conta.

L’accreditamento porterà una maggiore internazionalizzazione?

Abbiamo dei rapporti in essere con parecchie università straniere. Ne abbiamo uno in atto da un paio d’anni con Shangai. Già oggi il 50% degli studenti dei nostri master internazionali viene dall’estero. Noi pensiamo che il mercato asiatico possa essere un target di studenti interessati a specializzarsi in Italia e loro fanno molto affidamento sulle classifiche e sul posizionamento competitivo acquisito per via documentale.  Avere questo tipo di attrattività con l’accreditamento Equis, significa andare a consolidare rapporti già in essere con un tasso di crescita massivo e intercettare giovani talenti in paesi extra europei per noi di grande interesse.

Quanto conta la collaborazione con le imprese?

Pur operando a Roma abbiamo un tasso di relazione con le imprese molto elevato. Per un insieme di motivi. Innanzitutto perchè a Roma c’è una minore presenza di media impresa internazionalizzata ma c’è una forte presenza di grandi aziende che hanno un’anima importante nella capitale. Penso, ad esempio, a Telecom, Bnl, Enel, Finmeccanica. Questo ci consente di sviluppare forme di partnership e di collaborazione che aiutano molto creare sinergie forti e competitive con il mondo del lavoro. E poi , stando all’interno di un’università che è filiata da Confindustria, abbiamo una grande attenzione al tema della responsabilità sociale e dell’etica, altro fattore, questo, sul quale la certificazione internazionale ci ha premiato. Rispetto a una classica business school riusciamo a dare un contenuto di approfondimento migliore.

Quale?

Come università abbiamo aperto una fabbrica di start-up, Luiss Enlabs alla stazione Termini, un luogo simbolico e crocevia non solo di treni ma soprattutto di idee. E stiamo progettando di aprirne un’altra a Milano. Con il prossimo anno accademico potremo poi contare sulla nuova sede di Villa Blanc a Roma che è stata comprato quando ero presidente dell’università intitolata a Guido Carli nel ‘98 e che sarà pronta a primavera 2016. Potremo così offrire ai professori e agli studenti un ambiente di lavoro e di studio eccezionale con quattro ettari di parco a disposizione e una pluralità di aule e di uffici. Tutto ciò che oggi è importante per essere al passo con le migliori scuole di alta formazione del mondo, con alla guida un management giovane, come il direttore della Business School, Paolo Boccardelli e in perfetta sinergia con la presidente dell’università, Emma Marcegaglia con cui mi lega un rapporto di grande stima e amicizia, con il rettore Massimo Egidi e il direttore generale Giovanni Lo Storto.

Questa integrazione tra tutti gli attori può essere un modello per il paese?

Il paese, e non parlo del ceto politico ma di quello dirigente in senso lato, è pieno di persone che pensano di essere Mandrake. Pensano di avere in sé tutte le condizioni per essere centrali. È ovvio che ognuno di noi lo è rispetto alla propria dimensione di vita. Il limite del ceto dirigente in questa fase è la scarsa capacità di fare sinergia in termini continuativi. Sul singolo progetto ci riusciamo. L’Expo è un caso classico. Siamo riusciti a fare una sinergia perché c’era una scadenza e c’era un oggetto. Senza scadenza e senza oggetto la sinergia probabilmente non partiva. Speriamo che mutatis mutandis lo stesso accada per il Giubileo o per le Olimpiadi del 2024. Il vero tema è che per passare dalla ripresa allo sviluppo abbiamo bisogno di una sinergia permanente. Oggi c’è un basso livello di investimenti pubblici e privati e una grande dispersione di capitale umano. Un’università, un processo scolastico, una business school intervengono sulla valorizzazione del capitale umano dando alle persone una forte autorevolezza della loro dimensione e una forte predisposizione a integrarsi con quella degli altri. Ma non basta perchè o la sfida diventa collettiva o è persa in partenza.


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