Studenti e ricercatori

Un’emorragia devastante che va fermata

di Alessandro Schiesaro

Il calo degli iscritti alle università italiane si articola cronologicamente in due fasi, distinte per cause e per effetti. Un primo calo, assai vistoso, è quello successivo alla crescita delle iscrizioni che aveva accompagnato l’introduzione della riforma del “ 3+2”.

Allora l’accorciamento di un anno del curriculum quadriennale e la notevole semplificazione della tesi di laurea aveva incoraggiato un folto numero di fuori corso a conseguire il titolo, proprio mentre giungeva all’apice negli stessi anni il fenomeno, poi drasticamente ridimensionato da più ragionevoli norme in materia, delle lauree ottenute grazie a valutazioni assai generose dell’esperienza lavorativa. Il venir meno di questi due fattori contingenti ha portato a un calo fisiologico degli immatricolati e degli iscritti tra gli studenti maturi, purtroppo non compensato dalla crescita degli studenti, anch’essi maturi, che decidono di andare all’università dopo una prima esperienza lavorativa.

Negli ultimi anni - ecco la seconda fase - si assiste invece a un calo degli immatricolati tradizionali, i diciannovenni, nel 2014 il 6,4% in meno rispetto al 2010. La percentuale non sarebbe di per sé preoccupante, perché corrisponde a quella della classe di età nello stesso periodo, ma lo è invece, e molto, per due motivi specifici. Il primo è che il tasso di passaggio tra maturi e immatricolati, in Italia, resta insufficiente a garantire un aumento adeguato del numero dei laureati, soprattutto perché si associa a un forte tasso di dispersione tra primo e secondo anno: il numero complessivo dei laureati può crescere solo se un maggior numero di studenti si immatricola e non si perde per strada al primo giro di boa. In questo senso è utile tenere presente che la flessione delle immatricolazioni è più marcata tra gli studenti che all’esame di Stato hanno conseguito una votazione inferiore a 80/100, e ancor più tra quelli che restano sotto il 70. Segno che esiste un problema di motivazione, ma anche di scarsa articolazione dell’offerta formativa, che tende a scoraggiare studenti in partenza meno sicuri delle possibilità di successo.

Il secondo motivo di preoccupazione, particolarmente acuto, è la distribuzione territoriale del calo, che raggiunge in alcune regioni multipli di quello demografico. Venti dei 61 atenei statali presi in esame vedono crescere le immatricolazioni nel periodo 2010-2014, ma solo tre sono localizzati al Sud. Nessun ateneo meridionale figura tra i nove in cui il calo non supera quello demografico, mentre sono meridionali 16 dei 32 atenei in cui lo supera. Un numero crescente di studenti meridionali si trasferisce quindi al Centro o al Nord subito dopo la maturità, attratto dal contesto economico e lavorativo in cui si va così a inserire più che scoraggiato dall’offerta formativa vicina a casa, che garantisce nel complesso al Sud una buona qualità media e numerose punte di eccellenza.

A trasferirsi sono ovviamente gli studenti che possono permetterselo, con la conseguenza che nelle regioni di origine si abbassa il numero degli iscritti e aumenta quello di chi ha diritto all’esenzione dalle tasse, esenzione scaricata in pieno sugli atenei sotto forma di mancati introiti. Le formule di calcolo del costo standard per studente assicurano alle università del Sud un generoso supplemento pro capite, ma questo non può compensare né la perdita di migliaia di iscritti né l’ulteriore riduzione delle entrate connessa alle esenzioni. L’emorragia, che denuncia una profonda frattura sociale e geografica, innesca quindi una spirale potenzialmente devastante per il sistema universitario.


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