Studenti e ricercatori

Le nuove immatricolazioni sono ancora poche, ferme all’1,4 per cento

di Gianni Trovati

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In Italia esistono due università che fin nel nome dichiarano di essere «per stranieri», ma anche in questi casi le aule sono popolate per la stragrande l’ampia maggioranza da studenti italiani. Nell’ateneo «per stranieri» di Perugia, per esempio, l’anno scorso erano stranieri davvero solo 38 immatricolati su 108, e nel suo concorrente di Siena la residenza italiana mancava solo a 22 nuovi studenti su 530. Basta questo a capire i limiti che il sistema universitario italiano ha incontrato e continua a incontrare quando si tratta di attirare studenti dall’estero, soprattutto dai Paesi più avanzati d’Europa.
Ironie a parte, il tema è da anni al centro dell’agenda politica di un Paese in cui si discute continuamente di “fuga dei cervelli”, cioè dell’emigrazione di alto livello vissuta da giovani che si sono formati negli atenei italiani, ma che poi cercano altrove la propria fortuna professionale. Il problema, come ama ripetere il presidente del Consiglio Matteo Renzi, non è tanto la fuga dei cervelli in sé, perché è sacrosanto che un giovane laureato abbia come orizzonte l’Europa (almeno), ma la mobilità a senso unico: i cervelli italiani che fuggono, in pratica, non sono affiancati da giovani stranieri che arrivano in Italia per studiare o lavorare.

Le cifre
I numeri, in effetti, parlano chiaro. L’anno scorso si sono immatricolati nelle università italiane 264mila nuovi studenti, ma solo 3.804 sono stranieri: si tratta dell’1,4 per cento, e se dal conto si escludono i paesi dell’Est europa e del Nord Africa, punto di partenza dell’immigrazione passata e presente, i tassi si abbassano ancora in modo drastico.
Attenzione, però, perché l’Italia è il Paese delle differenze, e l’università non fa eccezione. Accanto a molti atenei che, soprattutto al Sud, si limitano ad accogliere quasi esclusivamente studenti che abitano nella stessa Regione o Provincia, ci sono strutture di eccellenza che negli ultimi anni hanno puntato molto sull’apertura all’estero, moltiplicando i corsi tenuti anche o solo in inglese, abbattendo così uno degli ostacoli principali all’ingresso degli stranieri: la lingua italiana, appunto, molto amata ma poco praticata oltre le Alpi.

Politecnico di Torino e Bocconi di Milano
I risultati si vedono, ancora una volta, con qualche numero: a parte il caso di Bolzano, ovviamente favorita dalla collocazione geografica e da un bilinguismo storico che la portano ad affacciarsi naturalmente in Austria e Germania, sono da segnalare due casi, uno statale e uno privato: il Politecnico di Torino, dove l’inglese è più parlato dell’italiano nei corsi di laurea magistrale (cioè nei due anni che seguono il triennio di base), e la Bocconi di Milano, eccellenza a livello europeo nel campo dell’economia e del management. In entrambi i casi gli studenti stranieri superano l’8% dei nuovi iscritti, e un ottimo 5,5% si incontra a Firenze. Segno che anche le università generaliste possono aprirsi al mondo, e offrire un ambiente più stimolante ai propri studenti e un capitale umano più ricco alle imprese del loro territorio


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