Studenti e ricercatori

Quei ranking vanno letti con «filosofia»

di Alessandro Schiesaro

I filosofi antichi esortavano a non rallegrarsi troppo nei successi e a non cadere nella disperazione quando si è colpiti dalle avversità. L’insegnamento torna utile di fronte agli ormai abituali, famosi e persino famigerati rankings delle università, che puntuali compaiono a inizio autunno come i temporali e le castagne. Un paio di settimane fa è stato pubblicato il QS-World University Rankings, mercoledì è stata la volta del Times Higher Education Supplement (Thes). Ai vertici della classifica cambia poco, e ci si dovrebbe stupire del contrario. Il panorama delle grandi università di ricerca in grado di sviluppare, soprattutto in campo scientifico, il volume e la qualità di ricerca che rendono possibile l’ascesa all’Olimpo delle top 10 non cambia radicalmente da un anno all’altro, e neppure da classifica a classifica. Sono possibili piccoli spostamenti, ma in testa restano saldamente i soliti noti: California Institute of Technology, Stanford, MIT, Harvard, Princeton e Chicago per gli Usa, Oxford, Cambridge, l’Imperial College o lo University College di Londra nel Regno Unito, e poi il Politecnico di Zurigo (Eth).

Rispetto all’anno scorso sia QS sia il Times Supplement hanno modificato notevolmente la metodologia, al punto che quest’ultimo non pubblica accanto alla posizione 2015 quella conseguita nel 2014. Thes ha infatti raddoppiato (da 400 a 800) il numero delle università prese in esame, meglio distribuite sul piano globale, e la banca data Elsevier è stata sostituita da Scopus, che comprende un maggior numero di riviste umanistiche. Tutto questo impone di leggere con cautela anche maggiore del solito i risultati attribuiti agli atenei italiani.

Nella classifica QS si assiste a un ridimensionamento che colpisce Bologna, Sapienza, Milano e Padova, tutte retrocesse sotto quota 200 o addirittura 300 rispetto al 2014, mentre solo il Politecnico di Milano sale al 187esimo posto. Vale peraltro la pena notare che Roma Tor Vergata è 33esima tra le migliori 50 università fondate nell’ultimo mezzo secolo. Per Thes sono invece tre le università italiane tra le prime 200: la Normale (112esima), la Scuola Superiore S. Anna di Pisa (180esima) e Trento (198esima), mentre Bologna, Politecnico di Milano e Sapienza si collocano tra le prime 250.

Ci sono diverse possibilità di leggere questi numeri. Il primo è che essere inclusi, a qualunque altezza, nel 4-5% delle migliori università al mondo è di per sé un risultato positivo. L’altro è di lamentare che nessun ateneo italiano emuli consorelle continentali, quali Leiden o Berlino, che ci distaccano in modo sensibile. Qui entra in gioco, ovviamente, la metodologia di calcolo. Entrambi i sistemi, per esempio, pesano al 10% il grado di internazionalizzazione, calcolato sia come numero di docenti che di studenti stranieri, campi in cui siamo poco competitivi. Resta poi enorme, nonostante l’apparenza di oggettività che entrambi i rankings coltivano con cura, il peso attribuito alla “reputazione”, il 33% per Thes, addirittura il 50% per QS. Si tratta, lo dice il nome, di un criterio quasi inafferrabile, basato appunto sulla fama di cui un’istituzione gode nella comunità accademica e in quella dei datori di lavoro («da dove vengono i migliori laureati che assumete?»). È un criterio per un verso sostanzialmente tautologico (sono bravi tutti quelli che sono ritenuti bravi), dall’altro incontrollabile: chi sono gli intervistati? Come sono scelti? Quanto è indipendente e informato il loro giudizio? Esiste un collegamento tra le modalità di svolgimento di questo sondaggio e le attività di consulenza che le società di rankings vendono a singole istituzioni?

Tutte domande cui è impossibile rispondere, ma che esortano a prendere questi numeri con un qualche distacco. Sono numeri che vogliono riflettere, e in qualche misura riflettono, la realtà, ma che in fondo la realtà la creano, perché studenti e famiglie, e con loro rettori e amministratori, li osservano, li comparano e ne tengono comunque conto. Conviene farlo, come si suol dire, con filosofia.


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