Studenti e ricercatori

Cambia la programmazione del numero chiuso, si parte dai medici

di Benedetta Pacelli

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Medici e odontoiatri, e poi farmacisti, infermieri e ostetriche: dal prossimo anno accademico si cambia. E la programmazione dei posti in palio per la formazione universitaria non sarà più secondo criteri approssimativi o solo economici, dove si tenta da sempre una difficile quadratura del cerchio tra regioni, rappresentanze ordinistiche e atenei, ma si baserà su parametri scientifici finalizzati a pianificare il fabbisogno reale di professionisti della sanità. E di conseguenza a governare anche gli accessi ai corsi di laurea a numero chiuso che ogni anno creano qualche malumore.

Fabbisogno del personale in ambito sanitario
L’iniziativa fa parte del progetto europeo «Joint action health workforce planning e forecasting» e per le cinque professioni in questione (le sole fino ad ora armonizzate a livello europeo) vede come capofila l'Italia, in particolare la Direzione generale dalle professioni sanitarie del ministero della Salute. Lo scopo, almeno in teoria, è chiaro: elaborare una piattaforma volta alla condivisione e allo scambio, tra gli Stati membri, di buone pratiche e metodologie di previsione, per definire, in modo più puntuale di quanto non si faccia ora, il fabbisogno del personale in ambito sanitario.

Del resto quello della programmazione dei posti, soprattutto per medicina, è un problema che salta all'occhio ogni anno quando in primavera si decide la programmazione dei posti disponibili per la formazione per l'anno accademico successivo: da un lato le Regioni che stimano la propria esigenza di personale in maniera autonoma, dall'altro le categorie professionali e nel mezzo le università che programmano gli accessi in base alle strutture e ai fondi disponibili.

Il nodo della formazione specialistica dei medici
Il risultato è quello che da anni viene definito un imbuto tra formazione generalista e scuole di specializzazione, per cui ogni anno fanno il loro ingresso a medicina circa 10mila matricole, ma poi possono accedere alla formazione post lauream solo 4.500 specializzandi e in media 900 corsisti di medicina generale. Poiché, poi, nessuno esercita la professione medica senza la formazione specialistica, almeno 4mila medici ogni anno restano fermi in attesa di accedere a un corso di specializzazione o alla scuola di formazione per medici di medicina generale. E il rischio, se non si mette mano subito al sistema formativo universitario e di specializzazione dei camici bianchi, come ha più volte evidenziato la Federazione nazionale dei medici e degli odontoiatri (Fnomceo), è che tra dieci anni almeno 25 mila giovani medici saranno disoccupati.

Nuova programmazione
Non è un caso che già per l’anno accademico che si sta per avviare si è andati verso una prima riduzione per gli accessi a questa formazione, in vista di un trend che tutti prevedono in discesa nei prossimi anni per arrivare gradualmente a quota 7mila.
In ogni caso è ancora presto per parlare di numeri, ha spiegato Rossana Ugenti direttore generale delle professioni sanitarie e delle risorse umane del Servizio sanitario nazionale presso il ministero della Salute, «certo è che l’obiettivo è quello di arrivare ad aprile 2016 con la definizione di criteri scientifici cosìcchè si possa effettuare una pianificazione rigorosa già per l’anno successivo. Noi puntiamo a una programmazione che sia il più possibile vicina alla realtà. La Joint action anche all’interno del nostro paese», ha chiuso infine, «apporta un grande valore aggiunto alla programmazione e definizione dei fabbisogni, poiché al gruppo aderiscono anche le regioni italiane (attualmente 7), chiamate a riflettere insieme, in uno scenario comunitario sulle metodologie adottate nei vari paesi per la programmazione del personale».


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