Pianeta atenei

Gaetano Manfredi (rettore Federico II): «Senza l’università il Sud non riparte»

di Gianni Trovati

«Senza l’università, il Sud non può ripartire davvero, ma agli atenei del Mezzogiorno non servono assistenzialismo né regole “di favore”: in ambito universitario, prima di una questione meridionale in Italia c’è una questione nazionale, perché tutto il sistema è sottofinanziato. Bisogna rilanciare gli investimenti in tutta l’università, e in questo quadro il Sud deve puntare su reclutamento dei docenti migliori, internazionalizzazione e diritto allo studio, che deve tornare a essere gestito dallo Stato e non dalle Regioni». Ingegnere, 51 anni, Gaetano Manfredi è dal novembre scorso il rettore della Federico II, il più grande ateneo del Sud che con i suoi quasi 80mila iscritti (in Italia è superata solo dai 105mila della Sapienza) rappresenta un osservatorio privilegiato sui problemi e le opportunità del Mezzogiorno accademico: un Mezzogiorno che, come mostrano sia i dati delle ultime classifiche del Sole 24 Ore sia le serie storiche sulla distribuzione dei fondi statali, è coinvolto in pieno in una spirale fra performance complessive in declino e, di conseguenza, flessione delle risorse che da quei risultati di didattica e ricerca dipendono sempre di più.

Rettore, come se ne esce?

Prima di tutto, occorre un nuovo impegno del Paese sull’università nel suo complesso. Con la crescita dei sistemi valutativi e l’introduzione dei costi standard il Sud ha pagato in media il prezzo più alto, ma questa è solo la parte di un problema più ampio rappresentato dal fatto che tutto il sistema è decisamente sottofinanziato.

Tra 2008 e 2015, il fondo statale si è ridotto in termini nominali del 13,9%, ma al Sud il taglio è stato in media del 18,8% contro il 7,1% subito dagli atenei settentrionali. La ragione va cercata soprattutto nel peso crescente del finanziamento basato sulle performance, al punto che c’è chi propone di far “competere” fra loro solo gli atenei di una singola area territoriale, evitando di mettere a confronto le università del Sud con quelle del Nord. Che ne pensa?

Non mi convince, perché dobbiamo tendere a una qualità il più possibile diffusa; se non garantiamo standard elevati ovunque diamo un altro incentivo alla migrazione studentesca e non facciamo un buon servizio ai giovani meridionali. Piuttosto, è il caso di pensare a incentivare di più i miglioramenti ottenuti da ogni ateneo, tenendo conto anche dei fattori di contesto che in alcuni territori aumentano i compiti delle università, rendendole presidio di legalità e di presenza dello Stato.

L’altro corno del problema meridionale è rappresentato dal diritto allo studio, che al Sud (Basilicata esclusa) nega la borsa anche a molti studenti «idonei» a riceverla secondo i parametri di legge.

Il diritto allo studio è tutelato dalla Costituzione, e la sua gestione deve tornare allo Stato perché le Regioni non hanno saputo garantirlo in modo uniforme. Un’Italia a due velocità sui diritti significa un’abdicazione dello Stato, particolarmente grave nelle regioni dove la propensione dei giovani all’università è minore perché molte famiglie non se lo possono permettere.

L’alternativa trovata da molti atenei è tenere le tasse d’iscrizione a livelli più bassi rispetto alla media nazionale: è una soluzione?

Queste scelte sono dettate dalla volontà di contrastare l’emigrazione universitaria, ma non è questa la strada. Non va combattuta la mobilità in sé, ma la mobilità a senso unico riservata a chi ha forti motivazioni e risorse per trasferirsi. Per creare una mobilità sana occorre puntare sulla qualità della formazione, e devono farlo le università, ma anche aumentare le opportunità professionali: questo è compito delle politiche governative.

In attesa che la politica traduca in pratica i «piani per il Sud», che cosa possono fare le università da sole?

Gli atenei devono puntare sulla qualità del reclutamento dei docenti, e da questo punto di vista sono stati fatti passi importanti anche grazie all’abilitazione nazionale. Le università del Sud devono poi aprirsi di più agli orizzonti internazionali, anche per affrontare in modo più strategico il tema dell’immigrazione di cui le nostre regioni sono il primo hub. Questi fenomeni producono anche importanti flussi di capitale umano, come mostrano anche le scelte appena compiute da Angela Merkel, e le nostre università possono avere una funzione cruciale. Occorre, infine, essere più legati alle esigenze e alle potenzialità del territorio.

Su quest’ultimo aspetto, il lavoro al Sud è più difficile.

Certo, ma per esempio la Federico II ha una solida tradizione di rapporto con le imprese. È chiaro che in alcuni campi, come quello degli stage durante il corso di laurea, la mancanza di un tessuto imprenditoriale in alcuni territori è un problema grave, ma il rapporto con l’impresa è strategico. A Napoli stiamo lavorando molto con l’Unione industriali sia per capire le esigenze delle imprese sia per diffondere, soprattutto tra le Pmi, la cultura del valore della laurea. Il dialogo con le associazioni di categoria è una leva fondamentale, che potrebbe essere resa più potente da politiche adeguate: guardiamo ad esempio alle scuole tecniche tedesche, in cui una parte delle attività formativa è svolta dalle imprese che ricevono per questo un contributo dallo Stato.


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