Pianeta atenei

Atenei, la geografia delle assunzioni

di Gianni Trovati

Quest’anno le università statali potrebbero assumere 820 professori ordinari, oppure 1.171 associati o 1.640 ricercatori: o, più verosimilmente, un mix variamente composto di queste figure, personale tecnico compreso. A dirlo è il decreto sui «punti organico» (quil’allegato con i numeri università per università ), pubblicato dal ministero dell’università per distribuire gli spazi per le assunzioni a ogni ateneo.

Le conseguenze sulle università
Non tutti, però, avranno le stesse possibilità: le leggi di finanza pubblica che regolano il ricambio generazionale permettono quest’anno agli atenei di dedicare alle assunzioni il 50% dei risparmi ottenuti con le cessazioni dello scorso anno, ma accanto a qualche università (poche) che potranno addirittura spendere in stipendi più dello scorso anno, c’è un folto gruppo di rettori che dovrà accontentarsi di molto meno, stando anche parecchio sotto il parametro generale: a Potenza, Catanzaro, alla Bicocca di Milano e a Venezia Ca’Foscari il turn over potrà superare il 100%, mentre da Perugia a Reggio Calabria, passando per la Ii università di Napoli, Benevento, Cassino e Campobasso non si potrà superare il 30%.

I due parametri
A decidere quante assunzioni può fare ogni ateneo, infatti, è una serie di parametri decisi dalla riforma Gelmini (e attuati per decreto nel 2012) per misurare la salute dei bilanci, sulla base di un presupposto chiaro: per assumere personale bisogna essere in grado di sostenerne i costi strutturali, per cui gli organici possono crescere di più (o, meglio, diminuire di meno, a causa dei vincoli generali di finanza pubblica), dove i conti sono più in ordine. Senza entrare nei dettagli tecnici, la salute dei bilanci universitari viene misurata in base a due indicatori: il peso degli stipendi in rapporto alle entrate (fondi statali e contributi studenteschi), e l’incidenza delle uscite per personale e oneri di ammortamento del debito (indicatore di «sostenibilità finanziaria»).

Le dinamiche
Sul primo aspetto, il rapporto fra stipendi ed entrate è tendenzialmente in calo, proprio per effetto dei vincoli al turn over posti negli ultimi anni a tutta la Pubblica amministrazione, con la conseguenza che le università dedicano al personale il 69,6% delle proprie entrate contro il 72,4% di due anni fa. Questa media nasconde però realtà molto diverse fra loro, perché mentre al Politecnico di Milano, alla Bicocca e a Roma Tor Vergata le buste paga oscillano tra il 50 e il 60% delle entrate, a Cassino e alla Seconda università di Napoli si avvicinano pericolosamente al 90%. Differenze simili si incontrano sulla «sostenibilità finanziaria», che tiene conto anche degli oneri di ammortamento del debito: in questo caso l’allarme, oltre che a Cassino e Napoli II, suona in particolare a Benevento e Sassari.

Nord e Sud
Nascono da qui le differenze di trattamento scritte nel decreto ministeriale che, uscito in pieno agosto, ha acceso qualche polemica su una sorta di “esodo” delle possibilità assunzionali dagli atenei del Sud a quelli del Nord. I numeri, in verità, raccontano una storia più articolata.
La parentela stretta fra possibilità di assunzioni e condizione dei bilanci riduce in media i «punti» assegnati al Sud, anche se questa media conosce eccezioni come dimostra il fatto che il turn over più ampio si incontra a Potenza e Catanzaro. Rispetto all’anno scorso, però, la forbice si è ridotta, anche per alcuni ritocchi alle regole: il ricambio minimo, riservato agli atenei con i conti più in sofferenza, è cresciuto dal 20 al 30%, mentre per quelli con i bilanci più brillanti è stato introdotto un tetto massimo al 110%. L’effetto combinato di questi due interventi ha ovviamente ridotto le distanze, e per accorgersene basta calcolare le medie territoriali: quest’anno gli atenei meridionali hanno diritto a un turn over del 41%, contro il 34% del 2014, mentre al Nord si scende dal 66 al 63 per cento.
Certo, la forbice rimane aperta ma si spiega con i problemi strutturali e di contesto vissuti dagli atenei del Mezzogiorno, che fra crisi economica, buchi nel diritto allo studio (colpa delle Regioni) e difficoltà occupazionali hanno visto ridursi di un quinto i propri studenti, mentre le liste degli iscritti al Nord rimanevano più o meno stabili. In questo quadro, il numero dei docenti in organico è variato molto meno: nelle università italiane oggi insegna il 5,1% di docenti in meno rispetto al 2011, e se si guarda solo al Sud la flessione è stata del 5,3 per cento.


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