Studenti e ricercatori

Il caso chimica: il lavoro c’è ma gli iscritti diminuiscono

Chissà se la colpa è anche di Fabrizio De Andrè che nel 1971 gli riconosceva «il potere di sposare gli elementi e di farli reagire» ma non quello di capire gli uomini «perché si combinassero attraverso l’amore, affidando a un gioco la gioia e il dolore». Fatto sta che quello di “chimico” è un profilo ancora sottovalutato dagli studenti italiani. Ed è un paradosso visto che gli sbocchi occupazionali dei laureati in chimica, a cinque anni dal titolo, sono addirittura cresciuti: nel 2012 erano dell’88,1% e nel 2014 erano saliti al 90,1 per cento. Laddove le immatricolazioni del comparto chimico-farmaceutico continuano a fare segnare il passo. Avendo perso il 13,7% degli iscritti rispetto all’anno accademico 2003/2004 e addirittura il 29,6% rispetto a cinque anni fa.

Meno paradossale appare invece la presenza di giurisprudenza nel gruppo delle facoltà alle prese con il calo più rilevante delle matricole. L’area giuridica ha visto sì diminuire gli iscritti del 42,9% rispetto al 2003/2004 e del 33,1% rispetto al 2014/2015 ma ha anche un tasso di occupazione dopo un quinquennio che è sceso al di sotto del 75 per cento.

Un dato inferiore anche a quello di psicologia (80,8%)che a sua volta deve fare i conti con una diminuzione delle immatricolazioni comunque rilevante visto che ammonta al 30,1% rispetto al 2003/2004 e al 13,7% rispetto al 2009/2010.

Peggio ha fatto solo architettura che ha lasciato sul terreno il 43,6% degli studenti rispetto a 12 anni fa e il 29,8% rispetto al 2009/2010.


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