Studenti e ricercatori

Aumentano i laureati nelle materie tecnico-scientifiche: raggiunto il target di Lisbona 2020

di Mar.B.

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Aumentano ma non abbastanza i laureati in Italia. Ad avere un titolo di studio universitario è il 22,4% dei 30-34enni, una quota cresciuta di 6,8 punti percentuali tra il 2004 e il 2013, ma ancora molto distante dall’obiettivo del 40% fissato dalla Commissione Ue nella Strategia di Lisbona 2020. Obiettivo centrato invece per i laureati nelle discipline tecnico scientiche che sono aumentati come ci chiedeva l’Europa e ora sono il 13,2 ogni mille under 30. Gli ultimi dati sul mondo istruzione arrivano dal rapporto dell’Istat «Noi Italia» 2015 diffuso ieri.

Crescono i laureati in materie tecnico-scientifiche
L’incidenza della spesa in istruzione e formazione sul Pil in Italia è al 4,2% nel 2012, valore vicino a quelli di Germania e Spagna ma inferiore a quello dell’Ue (5,3%). Nel 2013 il 42,2% della popolazione tra 25 e 64 anni ha conseguito la licenza di scuola media come titolo di studio più elevato, valore molto distante dalla media Ue (24,8%). I dati più recenti sul livello delle competenze (indagine Pisa) confermano i segnali di miglioramento già evidenziati tra il 2006 e il 2009, pur con una performance inferiore alla media Ocse e a quella dei paesi Ue che partecipano all’indagine. E anche se il fenomeno dell’abbandono scolastico è in progressivo calo, l’Italia rimane anche in questo campo ancora lontana dagli obiettivi europei (10%): nel 2013, il 17% dei 18-24enni ha interrotto precocemente gli studi (20,2 dei ragazzi e 13,7% delle ragazze). La nota positiva è l’aumento sostenuto dei laureati nelle discipline tecnico-scientifiche: nel 2012 erano 13,2 ogni mille abitanti tra i 20 e i 29 anni. La quota, evidenzia il report dell’Istat, risulta in costante aumento dal 2000: questo ha permesso al nostro Paese di raggiungere l’obiettivo fissato dalla Strategia di Lisbona (aumento del 10% in dieci anni). La media dei paesi Ue è comunque più alta e pari a 17,1 laureati ogni mille 20-29enni. I divari all'interno dell’Unione sono rilevanti: le quote dei laureati in S&T superano il 20 per mille in Lituania, Irlanda, Francia e Finlandia; anche Regno Unito, Portogallo, Danimarca e Romania registrano incidenze elevate, ben al di sopra della media europea. L’Italia, con i suoi 13,2 per mille, si colloca al ventunesimo posto nella graduatoria dei paesi europei, al pari dell’Estonia, con uno scarto in negativo di quasi 4 punti percentuali dalla media comunitaria

Record di «Neet», peggio di noi solo la Grecia
I giovani che non studiano e non lavorano - i cosiddetti Neet (Not in education, eployment or training) - sono ormai 2 milioni e mezzo. In pratica un under 30 su quattro - il 26% per l’esattezza - non fa nulla. Al Sud diventano quasi uno su due (il 40%). Uno spreco immenso di energie e anche di ricchezza per il nostro Paese (tempo fa qualcuno stimava almeno 2 punti di Pil). Un primato, questo, ancora più evidente nel confronto con i Paesi più vicini: di «Neet» ne abbiamo il triplo della Germania (8,7%) e quasi il doppio della Francia (13,8%). Nei sette Paesi più fragili economicamente dell'Ue sono il 18,1 per cento. In Italia pesano la crescita della disoccupazione- quella giovanile riguarda il 40% dei 15-24 enni - e la mancanza di fiducia nel futuro, un mix fatale. Su 3 milioni che nel 2013 non hanno cercato lavoro, ma avrebbero voluto lavorare, quasi la metà - il 46,2% - è scoraggiato: un esercito di 1,5 milioni di persone, cioè, che una occupazione neppure più la cercano convinti che non riuscirebbero a trovarla.


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