Studenti e ricercatori

Sviluppare le proprietà intellettuali degli atenei

di Dario Braga*

Sul tema della protezione della proprietà intellettuale c’è ancora molto da fare nel nostro paese. Lo dimostra plasticamente l’improvvida decisione di trasferire i brevetti dei centri di ricerca all’Istituto Italiano di Tecnologia per il loro sviluppo (DL 3 del 24 gennaio) e di affidare allo stesso Istituto il compito di commercializzare i brevetti registrati dalle università.

Brevettiamo ancora molto poco, questo si sa. Non lo facciamo perché non abbiamo sviluppato nel tempo una cultura della protezione della proprietà intellettuale. Anche questo ritardo è figlio di quella deriva dei continenti che ha allontanato qualche decennio fa le università e la ricerca pubblica dal sistema produttivo e che oggi si sta faticosamente cercando di riavvicinare con manovre di finanziamento (bandi cluster, smart city, dottorato industriale, ecc.) e usando la leva della valutazione nazionale (ANVUR) e quindi degli incentivi. È avvertita l’urgenza di recuperare competitività, e quindi posti di lavoro, attraverso la ricerca scientifica e l’innovazione anche se persistono diffidenze e qualche incrostazione ideologica su chi è proprietario delle idee e delle scoperte.

Gli Atenei stanno cercando di recuperare terreno. In primo luogo c’è un autentico gap formativo da colmare: molti studenti si laureano in materie scientifiche e tecnologiche senza avere la più pallida idea di cosa vuol dire proteggere i risultati della ricerca, quali sono gli effetti della brevettazione, quali sono i metodi per la deposizione di un brevetto, e quali sono le regole da seguire nella divulgazione (tesi, congressi ecc.) per evitare che diventi impossibile brevettare. Analogamente, nelle aree delle scienze umane e sociali e della comunicazione si registra il fenomeno parallelo per quanto riguarda tutta la pubblicistica, il design e i prodotti software.

Per recuperare terreno, negli ultimi anni sono nati molti corsi ad hoc, master, e altre attività formative integrative di disseminazione. Molti atenei – incluso il mio – hanno attivato uffici “knowlegde transfer” per assistere i ricercatori nella decisione di che cosa brevettare e come e quando. C’è un ritardo notevole da superare e ci sono costi da coprire e anche negoziazioni complesse da attivare quando la proprietà intellettuale è condivisa con enti o imprese finanziatrici della ricerca. Le diffidenze storiche sono ancora difficili da superare così come è difficile superare una idea diffusa nel mondo delle imprese e anche di tanti ricercatori che «la proprietà intellettuale dei risultati è di chi ci mette i soldi» dimenticando che i risultati sono figli di un background che spesso è frutto dei decenni di ricerca di base e delle conoscenze accumulate nei laboratori di ricerca universitari grazie ai finanziamenti pubblici e a tanta, tantissima, ricerca di base. Quella ricerca “blue sky” – “curiosity driven” senza la quale non esisterebbe alcun risultato applicativo.

Le Università stanno quindi lavorando su “tre binari”: a) informare ed educare i giovani all’idea della protezione dei risultati fornendo anche elementi per comprendere cosa va protetto e cosa no, b) creare tecnostrutture di supporto, facendosi anche spesso carico dei costi iniziali di deposito, per lo scouting nei laboratori e per assistere i ricercatori che vogliono brevettare, c) attrezzarsi per entrare in maniera convincente in spesso faticose negoziazioni con le imprese per accordi di gestione della proprietà intellettuale che riconoscano il giusto apporto sia di chi finanzia sia di chi svolge la ricerca attiva, che senza quel finanziamento non potrebbe avere luogo. Tutto questo sta finalmente avvenendo. Ora domanda si impone. Siamo così sicuri che il trasferire all’IIT lo sviluppo e la commercializzazione dei brevetti registrati dalle Università sia il modo migliore per far crescere la sensibilità e l’interesse dei ricercatori alla protezione dello loro idee e dei loro risultati? Io qualche dubbio ce l’ho.
*Prorettore alla ricerca dell’Università di Bologna


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