Studenti e ricercatori

Test di medicina: gli studenti chiedono di rivedere le regole

di Federica Micardi

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«Sull’accesso a medicina è necessario intervenire». Così Gianluca Scuccimarra coordinatore nazionale dell'Unione universitari (Udu) commentala sentenza 1/2015 del Consiglio di stato depositata il 28 gennaio scorso.

Il Consiglio di stato nella sua recente pronuncia esclude il test di accesso per gli studenti che hanno svolto uno o più anni di Medicina in un ateneo oltreconfine e poi chiedono di rientrare in Italia per completare gli studi, una posizione che secondo Scuccimarra da una parte «tutela il diritto allo studio di chi ha studiato anche 3 o 4 anni all'estero e poi decide di tornare» dall’altra sottolinea la necessità di ritornare sul tema del test.
Sullo studio all'estero negli ultimi anni è nato un vero e proprio business: «Ci sono atenei o istituti privati che pubblicizzano il loro pacchetto completo per iscriversi e studiare in una facoltà all'estero con cifre che arrivano a 30mila euro, quando in realtà – racconta Scuccimarra - se uno volesse organizzarsi da solo arriverebbe a spendere 5-10mila euro».
La sentenza del Consiglio di Stato, come già sottolineato nell'articolo del 30 gennaio scorso , non apre la strada ad un rientro massiccio di studenti, perché esistono una serie di paletti che escludono questo rischio.

Paletti che possono rivelarsi un problema secondo Andrea Lenzi, presidente del Consiglio universitario nazionale (Cun): «La sentenza del Consiglio di Stato è ineccepibile, ma da un punto di vista pratico evidenzia anche il problema dei posti disponibili per chi vuole trasferirsi in Italia: sono pochissimi. Spesso legati a chi ha superato il test d'ingresso in un sede e decide di cambiare». Secondo Lenzi il passaggio della sentenza 1/2015 che esclude «una generalizzata prassi migratoria sulla base dell’indefettibile limite dei posti disponibili per il trasferimento» di fatto avverte che c'è un limite alla possibilità di rientrare in Italia. Il Consiglio di Stato ha anche chiarito che gli atenei devono effettuare «un rigido e serio controllo» sul percorso formativo degli studenti. «Questo aspetto che i giudici hanno sottolineato - avverte Lenzi - potrebbe escludere il 60% dei Paesi dell'Ue allargata. Perché l'Italia ha accordi di reciprocità in questo campo solo con le nazioni più “importanti”».


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