Pubblica e privata

Pronto il Pnr 2014-2020: alla ricerca 4,6 miliardi in 7 anni

di Marzio Bartoloni e Eugenio Bruno

Oltre 4 miliardi da spendere da qui al 2020 su 12 priorità, a cui si proverà ad aggiungere altri 11 miliardi di fondi da conquistare a Bruxelles migliorando le nostre performance nei bandi europei che finora sono state piuttosto deludenti. Per un totale di 15,6 miliardi da destinare al sostegno dell’innovazione (innanzitutto industriale) nell’arco di sette anni. A prevederlo dovrebbe essere il nuovissimo Piano nazionale della ricerca (Pnr) che a febbraio arriverà sul tavolo del Cipe e che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare nelle sue linee fondamentali.
Strana storia quella del Pnr. Il documento programmatico del ministero dell’Istruzione contenente la strategia nazionale del nostro Paese sul fronte della ricerca arriva con circa un anno di ritardo rispetto alle attese. Era il 31 gennaio 2014 quando l’ex ministro Maria Chiara Carrozza, presentava in Consiglio dei ministri la sua «bozza» del Piano e dava per imminente il suo varo a Palazzo Chigi. In realtà, complice anche il cambio della guardia a viale Trastevere, quel testo è rimasto nei cassetti fino all’arrivo di Stefania Giannini. Che ha iniziato a lavorarci con i suoi tecnici a cavallo dell’estate e sembra ora aver trovato ora la “quadra”. Grazie anche alla messa a punto a livello europeo di tre paper che s’interfacciano in più punti con il Pnr. Si tratta della Strategia nazionale di specializzazione intelligente, del Piano nazionale per le infrastrutture di ricerca e del Pon Ricerca e innovazione.

Il passaggio da un ministro all’altro non ha modificato l’idea di andare oltre la classica durata triennale del Pnr 2014-2016. E indicare invece priorità e budget fino al 2020, così da agganciarsi alla nuova programmazione dei fondi europei. Questo perché l’Italia, dopo anni di risultati poco positivi nella caccia ai fondi Ue (8% di risorse conquistate a fronte di un 14% di finanziamento italiano), vuole alzare la posta. L’obiettivo è quello di “incassare” almeno 8,8 miliardi in sette anni da nuovo programma Ue della ricerca Horizon 2020 che ne vale in tutto 80. Se a queste risorse si sommano i 2,2 miliardi attesi sui programmi operativi regionali (Por) si arriva a quegli 11 miliardi aggiuntivi (ed eventuali) che il nostro Paese dovrà conquistarsi. Fondi che si sommeranno ai 4,6 miliardi di diretta gestione nazionale e, a loro volta, suddivisi in due sottogruppi: 2,9 miliardi provenienti dal bilancio del Miur benchè spalmati su quattro “contenitori” (Ffo, Foe, Fisr e First); 1,7 miliardi provenienti dal Pon Ricerca.

A proposito del Pon , è atteso per maggio il via libera della Commissione Ue al programma italiano che punta a superare la logica dei vecchi bandi. L’idea è quella di “negoziare” con gli attori sul territorio per creare «laboratori di innovazione» dove investire fortemente sul capitale umano (vedi dottorati e attrazione dei ricercatori) e sulle partnership con le imprese (dai cluster alle tecnologie abilitanti).

Tornado al Pnr un altro segno distintivo riguarderà gli ambiti di intervento. Che dovrebbero restare 12, così da garantire la comunione d’intenti con Horizon 2020, ma verrebbero suddivisi in quattro “fasce”. La prima include le aree prioritarie (Agrifoood, Aerospazio, Design Creatività & Made in Italy e Fabbrica Intelligente); ne fanno parte quei settori considerati di immediata ricaduta industriale e, presumibilmente, da privilegiare nella distribuzione delle risorse. A testimonianza di quanto il Piano nazionale della ricerca intenda puntare sulla collaborazione pubblico-privata. Il secondo gruppo include invece le aree ad alto potenziale (Blue Med, Chimica Verde e Patrimonio Culturale) e, in quanto tali, meritevoli di una “scommessa”. Passando per quelle in transizione (Smart Communities, Tecnologie e Ambienti di Vita) si arriva così alle voci consolidate (Energia, Mobilità e Trasporti e Salute). Che lette così significano bene poco visto che si tratta di macro-comparti. Da qui l’idea di individuare degli spazi di nicchia da privilegiare all’atto del finanziamento.


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